MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la scrittura (parte 4)

Questo frammento apparentemente poco promettente, preso da una rilegatura, viene da uno dei primi Sacramentari del IX secolo. Il Sacramentario era una raccolta di testi richiesti dal celebrante della Messa. Questo particolare frammento proviene da un Sacramentario che apparteneva al vescovo di Arno di Salisburgo (circa 750- 821). Il testo è scritto in una variante del carattere conosciuto come minuscola carolingia, sviluppatasi alla fine dell’VIII secolo, nel contesto delle riforme amministrative e religiose volute dall’imperatore Carlo Magno. Al posto della grande varietà di caratteri precedenti, molti dei quali piuttosto illeggibili, l’imperatore ha cercato di imporre un carattere normativo che poteva contribuire ad assicurare facilità di comprensione e uniformità delle disposizioni amministrative attraverso territori anche molto lontani dal suo controllo. Il carattere è stato, quindi, uno strumento politico e una forma di espressione politica.
La minuscola carolingia rappresenta una delle innovazioni tecnologiche di maggior successo di tutti i tempi. Enormemente influente, è rimasto il modello per la maggior parte dei caratteri fino allo sviluppo della scrittura gotica alla fine del XII secolo. Ed è stato poi ripreso dagli studiosi umanisti nel tardo XIV e XV secolo che, nella ricerca di copie di testi classici spesso conservati solo in versioni carolinge, scambiarono il carattere per un’autentica forma di scrittura romana. Fu così che la minuscola carolingia divenne la base per i moderni caratteri di stampa “Roman”, ancora oggi in uso.

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La varietà nella forme della minuscola carolingia ha permesso agli studiosi di assegnare frammenti come questo a particolari scriptoria, o laboratori monastici di scrittura o, in alcuni casi, a scrivani individuali. Se si osserva con molta attenzione questo particolare frammento, si noterà che, mentre la maggior parte delle lettere sono in posizione abbastanza verticale, la s alla fine di parole come “doctrinis” e “cognitis” (simile alla f moderna) si inclina piuttosto vistosamente verso destra. È evidente anche l’uso della cediglia sotto la lettera e, come in “sȩculi” o “cȩlestis”, che rappresenta il dittongo ae, come nel latino classico.
Un’altra caratteristica degna di nota della minuscola carolingia è l’uso della separazione della parola. I lettori moderni danno per scontata questa caratteristica. È tuttavia una derivazione di un lento spostamento verso la lettura silenziosa e, con essa, la visualizzazione del testo all’interno della pagina. Nell’antichità classica, quando la maggior parte dei lettori erano in realtà ascoltatori che udivano il testo letto da un oratore, c’era scarso bisogno dello spazio fra le parole. Il lettore che eseguiva il testo conosceva il testo pressoché a memoria e introduceva lo spazio tra le parole semplicemente leggendo e con l’intonazione. La rigatura su questo frammento è quasi invisibile. Questo perché è stata eseguita con un punteruolo e non a penna. Nel primo Medioevo, inoltre, interi quaderni (blocchi di pagine) venivano rigate insieme, in modo che le pagine sotto il foglio superiore ricevessero un segno meno pronunciato rispetto al primo.

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MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la scrittura (parte 1)

La scrittura di per sé, oltre agli strumenti che la rendono possibile, è una tecnologia la cui storia ha conseguenze profonde per la comprensione di ogni ambito dell’esperienza umana, non solo la lettura ma tutti quegli argomenti la cui storia è registrata per iscritto.

La paleografia è lo studio delle forme storiche della scrittura. Nel passato, la paleografia era considerata una “Hilfswissenschaft”, cioè una scienza ausiliaria di supporto ad altre forme di indagine storica. Tuttavia è da tempo diventata un vera e propria forma di ricerca storica culturale, una storia scritta a grandi lettere.
Gli amanuensi medioevali hanno portato avanti il loro lavoro secondo un’antica tradizione. Per i cristiani i più importanti antenati degli scrivani sono i quattro Evangelisti che hanno registrato per iscritto la vita di Cristo nei Vangeli: Matteo, Marco, Luca (autori dei tre vangeli sinottici) e Giovanni. Proprio quest’ultimo era considerato il più esaltato e ispirato a causa del contenuto molto elevato e delle intuizioni teologiche contenute nel suo Vangelo. Le rappresentazioni degli Evangelisti, che sono ispirate alle rappresentazioni di antichi poeti e filosofi, sono spesso cambiate nel tempo. Ci possono dire molto sulla storia delle pratiche di scrittura nel Medioevo.

L’Evangelista ispirato: San Giovanni in un libro delle ore francese
In questa singola pagina di un Libro delle Ore francese del primo XVI secolo, vediamo San Giovanni l’Evangelista mentre scrive non il suo Vangelo ma il Libro della Rivelazione, meglio conosciuto come Apocalisse che nel Medioevo era attribuito allo stesso autore. Giovanni non scrive su un codice ma su un rotolo; l’aquila, il suo animale simbolo, tiene fermamente nel becco il calamaio e il portapenna.libro-ore-francia
Ci troviamo di fronte a una pagina di un libro di preghiera creato  in Francia, più precisamente nel nord nel XVI secolo. Gli ornamenti rinascimentali lo identificano come un tardo esempio di Libro delle Ore miniato. Quello che vediamo qui è una rappresentazione di San Giovanni sull’isola di Patmo mentre scrive l’Apocalisse, in particolare il capitolo 12, verso 1 dove si parla di una donna dell’Apocalisse, che possiamo identificare con la Vergine
Maria.
Questa miniatura precede un breve estratto del Vangelo di San Giovanni, di solito posizionato all’inizio del Libro delle Ore e noto come sequenza del Vangelo. Quattro estratti dai quattro Evangelisti sono posti uno di seguito l’altro, da cui il nome
“sequenza”.

libro-ore-francia2Qui abbiamo una rappresentazione di Giovanni come evangelista e autore ispirato. Se si guarda attentamente, egli sta scrivendo con una penna d’oca su un rotolo aperto e non su un libro. Il testo non è leggibile ma vediamo i segni neri lasciati lasciati dall’inchiostro. A sinistra, vediamo il suo animale: l’aquila di San Giovanni che tiene nel becco il portapenna e il calamaio che l’evangelista sta usando. Secondo la leggenda, il diavolo cercò di rubare il calamaio dell’evangelista per evitare che scrivesse le sue Scritture. Questa immagine ci riporta immediatamente al mondo di questo ispirato autore e alle Sacre Scritture. La scrittura non era una cosa casuale nel
Medioevo. Serviva a trascrivere la parola rivelata di Dio. Era quindi estremamente importante farlo bene.

MANOSCRITTI MEDIOEVALI: esempi di rigature

Il folio che si vede qui arriva da una copia del libro del Levitico del Vecchio Testamento ed è datato XV secolo. Proviene dalla libreria dell’Abbazia di St. Blaise levitico-admondad Admont, in Austria. Il manoscritto, tuttavia, presenta più di un libro della Bibbia. Il testo delle Sacre Scritture è accompagnato da un glossario, cioè un commentario. In questo caso, il commentario prende due forme: un glossario interlineare (la forma originaria di “leggere tra le righe”) e un commento a margine. Entrambi sono scritti con un carattere più piccolo rispetto a quello usato per le Scritture.

L’apertura del libro del Levitico è segnata dalla grande iniziale della parola “Vocavit”. Notate che alcune delle note sono legate al testo da segni grafici e simbolici che si riferiscono ad un intero capitolo. Questo tipo di note rappresenta l’origine della moderna nota a piè pagina. Si noti anche che il grande buco nella pergamena al centro della pagina. Queste imperfezioni non sono insolite nella pergamena medioevale; sebbene a volte
siano state riparate, in questo caso, l’amanuense ha semplicemente lavorato attorno al foro. Il glossario di questo manoscritto deriva dai Glossa ordinaria, cioè il glossario ordinario nato nelle scuole del nord est della Francia all’inizio del XII secolo e che acquisì così tanta autorità e prestigio da diventare oggetto di un glossario secondario e commentari all’Università di Parigi.

sapienza-fiandreQuesta copia del Libro della Sapienza (parabola di Salomone) del Vecchio Testamento, scritto nel nord est della Francia o nelle Fiandre durante il XIII secolo, incorpora il Glossario ordinario entro un formato più caratteristico dei libri parigini del XII secolo rispetto ai testi posteriori il periodo del 1200.

La rigatura non varia con il glossario. Ma anzi, lascia spazio per una o due colonne di commenti e note. Questo
efficiente metodo di lavoro significava che lo scrivano non doveva personalizzare ogni pagine in base al numero di note o definizioni.

Queste pagine provengono da un salterio inglese con commento del mistico Richard Rolle (1290/1300 – 1349) e risalgono al tempo di Chaucher (circa 1400). In questo caso, il commentario, scritto in due colonne da 42 linee, fa parte del testo principale. I versi del salmo si distinguono dal commento circostante per essere scritti in latino in una scrittura manuale più grande. Solo poche definizioni e correzioni sono riservate ai margini, la cui elaborata rigatura sembra servire più come indicazione che il testo è un commentario che le annotazioni stesse.

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Molti formati, che erano il prodotto di complessi modelli di rigatura e che all’inizio erano sviluppati solo per libri scritto a mano, hanno alla fine trovato la loro strada anche nella stampa. Questa per esempio è un’edizione a stampa della Bibbia con il glossario del teologo francese del XIII secolo, Nicola di Lyra, e pubblicata nel 1603. I formati dei libri medioevali hanno continuato ad esercitare il loro fascino anche nell’era moderna.

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MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la rigatura (PARTE 1)

Prima di poter scrivere i manoscritti (per lo meno quelli di una certa qualità) le pagine dovevano essere preparate con la rigatura. Le righe non definivano solo lo spazio scritto, noto come giustificazione e corrispondente al blocco di testo, ma anche il numero delle righe e lo spazio tra esse. Dato quanti manoscritti sono stati rilegati di nuovo e quindi rifilati, era molto importante lo spazio scritto rispetto alle dimensioni del volume stesso.

Sebbene il numero di righe per pagina potesse variare, molto spesso rimaneva identico in un manoscritto ben fatto. Anche se la rigatura veniva effettuata spesso con uno strumento chiamato “rastrello”, la maggior parte delle volte gli amanuensi praticavano dei fori (punzonatura) lungo i bordi (destro e sinistra per le righe orizzontale e superiore e inferiore per le righe verticali) per posizionare le linee che avrebbero fatto da guida agli scrivani. Molto spesso queste punzonature sono state eliminate durante la rilegatura del volume.

Per un esempio di punzonatura, si può osservare un singolo foglio del Messale della Cattedrale di Noyon, nella Francia nord orientale, miniato nel 1125 circa. L’iniziale sul recto della primamessale-noyon-1 pagina mostra l’autore della Liturgia Romana, Gregorio Magno, detto anche il Grande, nella veste di autore e amanuense medioevale, seduto alla sua scrivania, penna e raschietto alla mano.

Il Papa scrive su un rotolo piuttosto che su un libro. La Colomba dello Spirito Santo, nella parte alta a sinistra, rappresenta la sua ispirazione e lo identifica come l’amanuense di Dio. La rubrica identifica il testo come il canto per la prima domenica di Avvento, la tradizionale apertura dell’anno liturgico. I segni di impuntura sono chiaramente visibili nel margine sinistro e destro, così come nel margine superiore e inferiore, dove sono serviti per le linee verticali. La punzonatura irregolare sopra l’iniziale segna il luogo dove una seta, ora perduta, era cucita sul manoscritto a protezione della lettera. Sollevare la seta per mostrare la lettera avrebbe aggiunto un’aura di rivelazione.

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MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la foliazione

Fino alla fine del Medioevo, i manoscritti, dal momento che le pagine non erano numerate, venivano foliati. Significa che ogni pagina veniva segnata nella parte del recto, di solito nell’angolo in alto a destra. La parte frontale di una pagina è il recto, la parte posteriore il verso. Un recto e un verso insieme costituiscono l’equivalente di due moderne pagine. La presenza di numeri arabi di solito (ma non sempre) indica che la foliazione è moderna e non medioevale.
Qui c’è un esempio di manoscritto tardo-medioevale senza foliazione o numerazione delle pagine. È una copia del De Vita et gestis Scipionis di Francesco Petrarca del 1461. Anche in questo periodo, la numerazione del folio o della pagina era considerata assolutamente non necessaria.

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Un altro esempio è questo antifonario italiano datato 1480. Presenta la foliazione delle pagine, anche se non necessariamente originale. I numeri sono scritti in romano e non in arabo, con un inchiostro marrone chiaro nell’angolo superiore destro di ogni recto. I versi della pagine non sono numerati. Si pensa che questo manoscritti sia stato scritto nel nord della Francia o nelle Fiandre. Lo stile della scrittura, la decorazione a inchiostro e la miniatura, tuttavia, lo collocano senza dubbio nel nord Italia. Vale la pena notare la grande iniziale sul foglio di apertura che fornisce un ottimo esempio di come un grande libro per il coro potesse essere usato per le cerimonie comuni.

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Questo splendido lezionario del Vangelo, scritto probabilmente nel monastero cistercense di Santa Maria di Morimondo vicino a Milano durante la seconda metà del XII secolo, contiene due serie di numeri di foliazione, nessuno dei quali originale: il primo in romano, scritto con inchiostro marrone e risalente a una data precedente (non oltre il XIV secolo) e il secondo, aggiunto a matita, in numeri arabi e abbastanza moderno. Di certo, i numeri mancanti potrebbero stare a significare che una pagina è stata asportata.

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Molte librerie possiedono manoscritti provenienti da Morimondo. Tra questi c’è anche un lezionario per l’officio (usato per l’Officio Divino invece che per Messa) che ha nell’ultimo verso parte di un catalogo medioevale della biblioteca del monastero cistercense.

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Manoscritti medioevali: un libro di preghiere

Questo piccolo libro è davvero un oggetto di pregio. Non è un Libro delle Ore ma un libro di preghiera. Infatti, contiene i quattro Vangeli ed è stato prodotto in Italia all’inizio del XII secolo. È scritto con una scrittura davvero minuta. È stato ridotto alla taglia più piccola possibile. libro-di-preghiera3

All’inizio ci sono i canoni eusebiani, una sorta di indicizzazione dei quattro Vangeli. Se andiamo all’inizio del primo Vangelo, troviamo il Liber Generationis, cioè il Libro della Genealogia, inizio del Vangelo di Matteo. Si vede una lettera L ridotta a una piccola dimensione e contornata da ulibro-di-preghiera1na cornice.

Le decorazioni di apertura contenute nella cornice trovano origine nell’arte classica o medioevale del periodo carolingio che tenta di emulare le epigrafi classiche. Alcuni degli ornamenti intrecciati della lettera L, così come le parti terminali della stessa, usano un’iconografia riconducibile alla zona mediterranea. Su una scala così ridotta abbiamo, quindi, una sintesi di entrambe le forme decorative europee del Mediterraneo e del Nord. Il carattere con cui è scritto il Vangelo è molto ridotto e difficilmente leggibile. Il fatto che questo libro, che a tutti gli effetti si presenta come un libro liturgico, sia di dimensioni così ridotte indica che è stato creato per la devozione privata. Potrebbe, per esempio, essere stato impiegato da un alto funzionario ecclesiastico in Italia proprio intorno al 1100.

Manoscritti medioevali: il graduale

I manoscritti medioevali sono di tutte le forme e dimensioni. Alcuni manoscritti sono molto piccoli e altri, come il graduale, molto grandi. La taglia del libro ci indica molto della sua funzione, a prescindere dal contenuto. Un libro di dimensioni ridotte potrebbe essere un libro di preghiere da tenere in mano. Un libro voluminoso potrebbe avere dimensioni importanti per essere letto a distanza.

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Questo è un libro che fa una grande impressione. È un graduale, cioè un libro contenente i canti per la Messa. Ma non contiene solo i canti. Il libro è parte di un set. Ci sono altri tre volumi, tutti non meno grandi di questo, sparsi in altre tre librerie: al Clermont College in California, al Walters Art Museum di Baltimora e alla Biblioteca Nazionale di Berlino. Purtroppo il set è stato separato e si è disperso. Questo volume, in particolare, è il quarto del set. Contiene la sezione del canto chiamata commune sanctorum (formulario comune dei santi). In altre parole, non un canto per un santo in particolare ma per i santi in generale.

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La pagina sopra, per esempio, contiene il canto richiesto per la celebrazione della messa di un solo martire. Non importa quale. È adatto ad ogni martire. La miniatura, tuttavia, mostra Santo Stefano, il protomartire, il primo vero martire della chiesa. Anche dal punto di vista del calendario, Stefano è il più vicino a Cristo essendo celebrato il giorno dopo il Natale. Questo libro è grande circa 65cm x 45cm. È uno dei più grandi manoscritti sopravvissuti al Medioevo.

Era molto difficile fare un libro in pergamena più grande di questo, semplicemente a causa dei limiti imposti dalla grandezza della pelle animale usata. L’unico modo per creare un volume più grande di questo folio sarebbe stato usare un’intera pelle animale per una singola pagina. Questo è un libro imponente, impressionante prodotto a Rouen in Normandia, vicino a Parigi. Risale all’inizio del XVI secolo, proprio alla fine del Medioevo. Se qualcuno dovesse produrre oggi un volume di questa grandezza, dovrebbe usare la dimensione maggiore per il carattere. Ci sono solo cinque righe di canto per ogni pagina. Lo scopo nella produzione di un libro così, oltre quello di impressionare l’osservatore o la congregazione a distanza, era di renderlo leggibile dal coro. È stato pensato per essere letto da un grande numero di persone contemporaneamente.

graduale7Qui a sinistra, vediamo la pagina adatta non a un singolo martire, ma a un gruppo di martiri. Vediamo Sant’Antonio sulla sinistra che tiene la sua croce. Al centro, c’è un santo decapitato, probabilmente San Daniele, uno dei santi patroni di Francia e delle casa reale francese. Daniele venne martirizzato a Montmartre in Francia, la Montagna del Martiri, oggi famoso luogo turistico. Egli, rifiutando di essere sepolto presso il luogo della sua esecuzione, raccolse la sua testa e camminò verso nord nel luogo oggi chiamato Saint-Denis dove fu sepolto.

Oltre alla miniatura,vediamo un magnifico bordo di piante, fiori, farfalle, e altri insetti sparsi per il bordo a fondo dorato. Questo tipo di bordo illusionistico ha origine nella pittura fiamminga del XV secolo ma si trova anche in Francia nello stesso perioso. Uno dei più famosi esempi di bordo illusionistico di questo tipo, in Francia, lo troviamo del Libro delle Ore di Anna di Bretagna.

In questa altra pagina, con l’iniziale per la nascita di un singolo confessore – un’altra parte della sezione del graduale nota come commune sanctorum – non vediamo una rappresentazione di un martirio, ma piuttosto una cerimonia liturgica del tipo in cui si usavano questo tipo di libri. Il graduale8vescovo è seduto su un trono alla destra dell’altare. E sta sollevando la mano destra nel gesto di parlare o benedire il diacono inginocchiato di fronte a lui mentre tiene tra le mani un libro. Sull’altare dietro di loro, vediamo un altro libro aperto – presumibilmente il vangelo o un messale – due candele, il calice e un osculatorio, che il prete avrebbe baciato al momento della transustanziazione. A sinistra, c’è un grande leggio – del tipo richiesto per sostenere in verticale un libro come il graduale e permettere all’intero coro di leggerlo e cantare allo stesso tempo.

L’artista, che semplicemente chiameremo Maestro di Morgan 85 dal manoscritto 85 conservato alla Pierpont Morgan Library di New York, imparò la sua arte nella Francia centro occidentale, forse a Tours, ma si spostò in seguito a Rouen, dove è stato creato questo libro. Questa lettera iniziale miniata lo colloca tra i grandi artisti, al massimo della sua espressività. È uno spazio ben equilibrato e costruito. Il pavimento in marmo, con il suo intricato motivo, dà un forte senso di arretramento. C’è un’idea di prospettiva atmosferica. La stanza diventa più ombreggiata mentre si procede verso l’interno. I due candelabri gettano ombre sul drappo d’onore che pende dietro l’altare. Il vescovo o arcivescovo che ha commissionato questo libro poteva immaginarsi come il celebrante di questa iniziale. Questo libro serve sia come specchio delle attività del celebrante ma anche fornisce un modello di comportamento.

Un altro aspetto molto importante di questo grandioso manoscritto è che conserva la rilegatura originale. La maggior parte dei manoscritti medioevali ha perso i fermagli. Ogni volta che il libro viene restaurato riceve nuovo fermagli e rilegatura. Ma in questo caso, abbiamo ancora quella originale. La rilegatura sola è molto, molto pesante. È costituita da una larga tavola di legno coperta da cuoio abbastanza logoro. La superficie è stata originariamente lisciata. Si possono vedere le incisioni usate per dividere la copertina con un motivo geometrico. Ora sono difficili da notare. Con difficoltà si vede anche il simbolo reale francese, il fleur-de-lis, impresso più volte sulla pelle. Magnifici sono gli angoli metallici e le cinque borchie – quattro negli angoli e una al centroprogettati per proteggere il libro dall’usura.
Abbiamo anche elementi metallici di fissaggio come fermagli utilizzati per tenere chiuso il libro ed evitare la deformazione delle pagine. Queste borchie ci ricordano che i libri medioevali, a prescindere dalle dimensioni, erano in orizzontali e non in verticale sugli scaffali. Questi elementi metallici impedivano alla rilegatura di essere rovinata dal contatto diretto con lo scaffale. Se si guarda con attenzione, si vede che hanno la forma di iscrizioni. Ogni angolo contiene, o conteneva, non solo il nome di Gesù ma anche quello di Maria. Osservandolo solo dall’esterno, si intuiva che era unlibro del culto cristiano.

Manoscritti medioevali: Gilbert de La Porée

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Ci sono molti libri meravigliosi nella biblioteche del mondo. È davvero complicato sceglierne alcuni da portare come esempio. Partiamo da questa splendida Bibbia. Solo osservando questo testo, si capisce il perché. Sembra un po’ trasandata, le pagine sono sporche, la rilegatura molto fragile e logora. Infatti il primo folio, nella parte del recto, sembra incompiuto. La maggior parte è vuota. L’impaginazione è molto curiosa. Tuttavia, se osserviamo il testo più attentamente, capiamo che c’è un motivo per cui la maggior parte della prima pagina risulta vuota.

Questo libro non è una semplice copia delle Lettere Paoline, sebbene ne sia un commentario.

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Vediamo una grande iniziale istoriata che occupa quasi l’intera pagina e che fa riferimento alla conversione dell’anima, il momento in cui Paolo riconosce il Dio cristiano, sulla via di Damasco. Il suo cavallo non è visibile in questa immagine. Sembra quasi che Paolo stia levitando a mezz’aria, come colpito dalla mano di Dio. Nel gambo
della lettera vediamo tre figure a mezzo busto. Hanno preso le misure in modo molto accurato. Una è mostrata in una posa iconica rivolto in avanti che guarda direttamente verso di noi. Il secondo è di profilo che guarda alla nostra destra. E il terzo è mostrato in modo opposto e guarda a sinistra.

È come se l’artista, nel riempire questi spazi, abbia voluto giocare con il senso della vista, fondamentale nella storia della conversione di Paolo. Egli viene colpito ed è come se fosse accecato e potesse vedere davvero per la prima volta. Ed egli vede la verità spirituale. Un personaggio ci guarda direttamente, gli altri di lato. Ci invitano a voltare pagina per vedere quanto segue. Prima di farlo però, consideriamo brevemente cosa troviamo nella rilegatura. gilbert-poree5La rilegatura è tra le parti più interessanti del libro e risale al XII secolo. È abbastanza inusuale trovare un libro di quel periodo con la rilegatura originale. Molto spesso i libri, a causa dell’usura, sono stato rilegati di nuovo. Ma nel caso di questa Bibbia, la rilegatura originale è sopravvissuta.

Un’iscrizione sulla parte bassa della copertina ci informa a quale biblioteca apparteneva questo libro. Questo tomo apparteneva alla Biblioteca di Sant’Alessandro nei pressi di Halle, nella Germania orientale nella diocesi di Magdeburgo. Possiamo quindi dedurre che il testo sia stato prodotto in Germania.

Ma l’iscrizione risale al XV secolo mentre la rilegatura al XII. Inoltre ilgilbert-poree6 testo non è stato miniato in Germania ma nel nord della Francia. Quindi possiamo dedurre che il libro abbiamo viaggiato dalla Francia alla Germania. Potrebbe essere stato portato da uno studente tedesco che studiava presso l’università di Parigi, dove i tedeschi erano molto numerosi. Siamo quindi in grado di dare testimonianza della migrazioni di testi scolastici francesi in altre parti d’Europa. Semplicemente recuperando la loro provenienza, abbiamo il senso della migrazione, della trasmissione delle idee contenute nei libri stessi. Questo volume non è semplicemente la raccolta delle Lettere Paoline, ma un commentario ad esse. Ed è un commentario del famoso teologo e studioso Gilbert de La Porrée. Era un membro della scuola di Chartres, la città della più famosa cattedrale di Francia. E nel tardo XI secolo e poi nel XII secolo, Chartres è stata anche un importante centro di studi non solo sulla Bibbia, ma anche dei classici.

Questo libro infatti è stato fatto, molto probabilmente, proprio a Chartres al tempo di Gilbert. Egli è morto nel 1154 e il testo risale alla prima metà del XII secolo.
Se apriamo il tomo alle Lettere Paoline, la prima cosa che vediamo è proprio la lettera P di Paolo. Le Lettere presentano molte note a margine. Nei commentari non era insolito che le note fossero più lunghe del testo stesso.
Per questo motivo lo scrivano ha introdotto una gerarchia nei caratteri. Una carattere più grande con una grande spazio interlineare per la lettera maiuscola e il testo, una scrittura più minuta per le note. Quindi ci sono almeno due righe di commento per ogni riga di testo. Diverse sezioni del commentario di Gilber mostrano magnifiche iniziali istoriate con Paolo al lavoro come amanuense. Possiamo immaginarlo mentre scrive questo manoscritto, pensando al suo lavoro come a un riflesso di quello dello stesso apostolo Paolo.

Una delle cose più interessanti è il segnalibro originale del Medioevo, risalente probabilmente al XV secolo e in parte restaurato nei secolo successivi. Siamo in grado di  ricostruire l’intera storia delle abitudini di lettura, come il libro era usato e contestualizzato solo conoscendo la storia del segnalibro.
Cosa ci dice questo segnalibro, in particolare? Ebbene, prima di tutto, con un’ispezione accurata notiamo che questa piccola piastra si muove su e  giù per la striscia di pergamena di pergamena ricoperta di lettere. Le lettere, in realtà, non hanno alcun senso, ma l’importante è il movimento che la piastrina può compiere. Grazie a questa particolare caratteristica, il lettore, o anche uno scrivano intento a copiare questo complesso manoscritto, poteva segnare a che altezza era arrivato nella pagina. gilbert-poree7Ma il segnalibro non è in grado di segnare il punto esatto solo in orizzontale ma anche in verticale. Se osserviamo con attenzione, noteremo che il segnalibro incorpora una piccola ruota, detta anche vovelle. Era contrassegnata da quattro numeri romani che si riferiscono alle quattro colonne che riempiono due pagine appaiate quando il tomo è aperto: prima e seconda colonna riguardano l’epistola, la terza colonna è riferita alla continuazione della lettera e la quarta colonna è riferita al commento. Con questo segnalibro che si muove su e giù ed è in grado di ruotare a indicare la colonna desiderata, un amanuense o un lettore era in grado di individuare la posizione esatta sulla pagina. Da questo, possiamo dedurre che l’unità semantica saliente del libro medioevale non è la pagina ma l’apertura, cioè le due pagine che ci troviamo di fronte quando lo apriamo.

Manoscritti e carta

È ormai noto che la carta fu inventata in Cina intorno al III secolo d.C. Le carte cinesi derivavano dalla primitiva tecnica del tapa, già nota in Indonesia e Oceania. Il gelso da carta, che cresce abbondante in Cina, era usato per la confezione degli abiti: la sua corteccia, dopo essere stata battuta con delle mazze, veniva messa a bagno nell’acqua e si trasformava in una sorta di pastone di fibre che veniva poi schiacciato sino a formare dei fogli dall’aspetto felpato. Il perfezionamento di questo procedimento porterà alle prima carte vere.

Si prelevava il libro (la parte interna della corteccia) e lo si faceva cuocere a lamine in una liscivia di cenere di legna; le lamine del libro venivano poi pestate per separarne le fibre; la pasta filamentosa, diluita con acqua, era poi distesa su un setaccio e lasciata asciugare al sole. Sarà merito di Ts’ai Lun, alto funzionario di corte, migliorare questa tecnica con l’applicazione sul foglio di una pellicola di amido di riso per rendere la carta parzialmente impermeabile ai liquidi ma adatta alla scrittura.Nell’anno 105 d.C. egli informerà l’imperatore di aver trovato il modo di fabbricare con “vecchi stracci, reti da pesca e scorza d’albero”.

Per oltre un millennio, la fabbricazione della carta rimane un segreto del Celeste Impero, mentre nel resto del mondo conosciuto i supporti della scrittura restano il papiro e la pergamena. Sono gli Arabi che diffonderanno la carta nel bacino mediterraneo. Nel 751, con la battaglia di Talas, i musulmani conquistano Samarcanda – fino a quel momento sotto l’influenza cinese – e fanno prigionieri alcuni cartai cinesi che svelano il segreto. Verso la fine dell’VIII secolo la carta compare in Egitto, sostituendo il papiro. In seguito arriva anche in Sicilia. Fin dal XII secolo, l’Europa acquista la carta prodotta nei domini arabi. Tuttavia, qualunque sia la provenienza, la carta rimane un prodotto musulmano che suscita diffidenza, un prodotto mediocre considerato molto meno affidabile della pergamena.

Nel XIII secolo, le flotte mercantili di Adriatico e Mediterraneo si spartiscono un mercato sempre più florido. La carta comincia a entrare nelle corti europee, il suo utilizzo per atti notarili o commerciali sempre più frequente ma soprattutto nascono i primi centri di fabbricazione “cristiani”. Verso la metà del XIII secolo i fabbricanti di Fabriano, nelle Marche, iniziano a produrre carta secondo un metodo nuovo, molto diverso da quello arabo. La carta italiana, di qualità superiore e meno costosa, si impone in tutta Europa. Fabriano conquista il monopolio europeo della produzione della carta che termina solo quando anche Francia e Germania decidono di creare i proprio centri di produzione.

La produzione della carta nel Medioevo avveniva in due fasi. In primo luogo bisognava separare le fibre vegetali dei tessuti. In seguito, queste fibre, divenute polpa e sciolte in acqua, venivano riassemblate in un altra forma. Nel Medioevo, la materia prima per la fabbricazione della carta erano gli stracci o resti di tessuti di lino o canapa. Con gli stracci “bianchi” si fabbricava la carta da scrivere, con quelli “neri” la carta da imballo.

In Occidente, i manoscritti su carta sono un fenomeno che risale al tardo Medioevo. Le prime cartiere documentate nell’Europa occidentale sono in Italia e risalgono ai primi anni del XII secolo. La carta era usata principalmente per documenti di scarsa importanza, come i conti. Dal XIV secolo, però, e soprattutto nel XV secolo, i manoscritti su carta diventano rapidamente sempre più comuni, permettendo una produzione di massa che anticipa la creazione della stampa intorno al 1450. Risale alla fine del XIV secolo, l’Esopo in italiano su carta con numerose illustrazioni a margine aggiunte il secolo successivo. Le pagine non seguono regole a parte la “giustificazione” che definisce lo spazio scritto (chiaramente visibile, insieme alle punzonature per segnare gli angoli).

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Rotoli, manoscritti e pergamena

Alcuni dei codici più antichi sopravvissuti sono fatti di papiro. La maggior parte però sono fatti di pergamena ricavata, per esempio, da pelle animale. Il primo passo nella fabbricazione della pergamena consiste nella macellazione degli animali, spesso un gran numero di animali. Un codice molto grande poteva richiedere la macellazione di un intera mandria di bovini. Per esempio, è stato stimato che per fabbricare l’Evangeliario di Lindisfarne, risalente all’800 d.C. e fabbricato in Northumbria, sono stati necessari circa 300 bovini.

La pergamena può essere ricavata dalla pelle di qualsiasi tipo di animale; il termine vellum (dal latino ‘vitelus‘, cioè vitellpergamena1o) fa riferimento alla pergamena fatta con la pelle del vitello. Spesso i termini vengono confusi. Una volta che gli animali erano stati macellati e scuoiati, le pelli venivano immerse in una soluzione di calce per allentare la pelliccia che veniva poi rimossa raschiandola con un coltello a lama curva. Al contrario, la pelle, anch’essa fatta di pelle animale, veniva conciata. Per rendere il processo più facile e per evitare di tagliarla o forarla, la pelle destinata a diventare pergamena era mantenuta stesa su un telaio di legno a cui veniva attaccata tramite corde. Quando la pelle era asciutta, il telaio veniva regolato per mantenerla sempre tesa. Dopo qualche giorno, il processo di raschiatura e allungamento veniva ripetuto fino a quando il foglio di pergamena raggiungeva lo spessore desiderato. La pergamena migliore era così sottile da risultare quasi trasparente.

Alcuni fogli di pergamena non erano destinati a far parte di un libro. Qui c’è un esempio di diagramma didattico spesso usato come aiuto nell’insegnamento nelle aule medioevali.

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Insieme allo scopo di rappresentazione narrativa, l’elemento schematico nell’arte medioevale costituisce una delle caratteristiche salienti che la definisce. Se pensiamo alla relazione tra significato e fabbricazione, è importante fare delle considerazioni circa i materiali con cui i manoscritti erano fatti. Abbiamo già letto Paolo nella sua lettera a Timoteo dirci che i libri medioevali erano, per la maggior parte, fatti non di papiro ma di pergamena, cioè pelle animale.

Alcuni tipi di pergamena – preparate con pelle animale – prendono il nome dal vellum derivato dal vitello. Quando pensiamo a un libro, dobbiamo tenere a mente che ogni singola pagina, ogni ‘folio’, era in origine un foglio singolo. Per preparare questo materiale grezzo, il processo era tedioso e articolato. Spesso erano necessari molti animali; quindi era necessario un grande investimento materiale. Il pelo doveva poi essere rimosso tramite un bagno di calce. Dopo aver lasciato la pelle a macerare, il pelo veniva rimosso usando un coltello curvo chiamato “lunellum” per la forma a mezzaluna. Dopo aver fatto questo, la superficie era trattata in modo tale da poter assorbire l’inchiostro e, se richiesto, anche i pigmenti della pittura. E questo prevedeva la pulitura della superficie con una pietra pomice e, occasionalmente, applicando un sottilissimo strato di gesso. La pergamena assumeva diversi gradi di qualità: alcune erano molto sottili, altre più spesse, altre più raffinate o grossolane. In origine, il foglio della foto sopra potrebbe essere parte di un rotolo piuttosto che di un libro ed era usato a scopo didattico nella aule medioevali.

È illustrato con un diagramma basato sul numero 7: i sette peccati capitali, le 7 virtù. Ha la forma dei poster attaccati al muro o dei fogli aperti sul tavolo nel mezzo del seminario, attorno al quale gli studenti possono raccogliersi. Di certo non era parte di un libro; è stato
tagliato troppo drasticamente e lo si nota non solo sui bordi ma anche dalle tracce di illustrazioni aggiuntive, di cui rimangono solo pochi frammenti. È scritto in colonne. In questo caso, quattro colonne singole perché leggere il testo su una riga continua avrebbe reso l’operazione di apertura del rotolo molto difficoltosa. Siamo abbastanza abituati a questo meccanismo grazie ai moderni quotidiani.

Il diagramma vede Cristo in posizione centrale, al centro di tutte le cose. Mostra anche la figura dell’orgoglio appena sopra di lui, ma fuori dal cerchio. Il cerchio comprende, inoltre, i sette vizi capitali, le sette virtù, le beatitudini, altri attributi personificati di Cristo o del cristiano, tutti disposti in forma schematica che serve come strumento per memorizzare e per la meditazione.