MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la fascicolazione (parte 2)

Un altro metodo consiste nell’usare semplicemente lettere maiuscole. Lo si può osservare nella copia umanistica dell’Ephemeris Belli Troiani dello scrittore Ditti Cretese. È un resoconto degli eventi attribuiti al leggendario compagno di Idomeno durante la Guerra di Troia. È una versione latina tradotta dall’originale greca ed era molto popolare nel Medioevo:

  • pagina 4 verso: segnatura A alla fine del primo fascicolo (angolo in basso a
    sinistra)
  • pagina 18 verso: segnatura B alla fine del secondo fascicolo (angolo in basso a
    sinistra)

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SHAKESPEARE: Otello e i Turchi

Nel primo atto dell’Otello, incontriamo Otello, il Moro di Venezia. Incontriamo Brabanzio, il Duca (o Doge) e i senatori. L’immagine di Venezia che emerge è quella di uno stato moderno, sofisticato e relativamente democratico. Abbiamo Iago, un villano astuto, intrigante e machiavellico e Desdemona, la bella figlia virtuosa del senatore, che in seguito sarà accusata di essere peggio di una cortigiana.

Ma nel corso del primo atto, arrivano notizie che i Turchi hanno attaccato Cipro. Cosa sta succedendo tra Cipro e i Turchi? Che cosa hanno a che fare i Veneziano con Cipro? Servono, a questo punto, un excursus geografico e storico. È chiaro che Cipro si è sempre trovato una posizione strategica.

Bisogna ricordare che, al tempo di Shakespeare, il Mediterraneo era il centro assoluto del mondo. A nord del Mediterraneo c’era l’Europa, regno della cristianità. A est c’era la Turchia, l’impero ottomano. A sud c’erano una serie di stati in Nord Africa sotto l’influenza dell’impero ottomano. Gli attriti tra mondo cristiano e mondo ottomano sono simili a quelli della Guerra Fredda del XX secolo.

Cristianità e Impero Islamico Ottomano: due forze globali. Ci sono sempre state tensioni tra loro. Quindi le isole nel Mediterraneo erano punti chiavi. Cipro, nella parte orientale del Mediterraneo, era una roccaforte più vicina all’impero Ottomano che al mondo cristiano. Oggi, Cipro è ancora un luogo strategico in relazione rispetto alle mediazioni tra l’occidente e il travagliato Medio Oriente.

Come ha fatto Shakespeare a sapere dei Turchi, Venezia e Cipro? Una delle risposte potrebbe le sue letture. Ci sono un paio di riferimenti interessanti in Otello che rendono chiaro che era familiare con un libro intitolato “Storia Generale dei Turchi”. storia generale turchiNella pagina del titolo, c’è una firma che porta il nome di “Henry Rainsford”. Hanry Rainsford era un gentiluomo di Clifford Chambers (villaggio appena fuori Stratford-upon-Avon). Rainsford era molto interessato ai collegamenti letterari con John Donne e Michel Drayton, un poeta e un drammaturgo che Shakespeare conosceva.

Il libro viene pubblicato nel 1603. Non è impossibile che la copia di Rainsford sia proprio quella posseduta da Shakespeare. Non sappiamo dove Shakespeare abbia preso il suo libro, ma conosceva abbastanza gentiluomini che avevano le ricchezza per acquistare libri di questo genere e che avrebbero potuto prestarglielo. Potrebbe essere il suo patrono, il conte si Southampton, oppure il patrono successivo, il conte di Pembroke, o un amico come Rainsford, non lo sappiamo, ma è chiaro che Shakespeare possedeva, almeno, una copia della “Storia Generale dei Turchi” di Knolles, nella quale avrebbe appreso le origini dell’Islam e l’ascesa dell’impero ottomano. Dopo aver letto 840 pagine di questa storia, si sarà di certo imbattuto nella descrizione di Cipro, e poi in una nota a margine che dice:

Come il regno di Cipro entrò in contatto con i Veneziani”

Venezia era una grande potenza marinara nel Mediterraneo, e Knolles nella sua storia ci dice come, nel corso del tempo, il controllo di Cipro è scemato ed è stato conteso tra Veneziano e Ottomani. Ci sono una serie di battaglia; ci sono tradimenti, alleanze e alla fine Cipro cade nelle mani dei Turchi. Iniziano le azioni diplomatiche, sappiamo che c’erano lingue diverse e alleanze diverse.

Alla fine, dopo un grande assedio, la capitale Famagosta viene presa. Poi Shakespeare si sarà imbattuto nel passaggio dove si parla della perdita di Cipro:

Questa fu la fatale rovina di Cipro, una delle isole più fertili e belle del Mediterraneo; la perdita non fu senza gravi perdite di prìncipi cristiani, e dello stesso regno, e ora è una provincia dell’impero turco”.

Ora, quello che Shakespeare fa nell’Otello, è immaginare una storia alternativa in cui Cipro viene salvata dai Veneziani e i Turchi sconfitti. Otello è incaricato dal Senato, nel primo atto, di prendere una flotta e un esercito e combattere contro i Turchi. La buona sorte, sotto forma di tempesta, interviene e investe la flotta ottomana. Quando Otello entra a Cipro, è in grado di rinforzare le difese e invia a Venezia la notizia che Cipro è salva nella mani della cristianità.

I cristiani pensano a se stessi come a persone virtuose e sofisticate. Pensano ai Turchi, ai musulmani, come a dei selvaggi. Le cose peggiorano nella notte di festeggiamenti per la dispersione della flotta turca. Cassio si ubriaca. Iago, agendo attraverso Roderigo, cospira per coinvolgere Cassio in una rissa, a causa della quale viene destituito e perde la sua posizione.

Otello, che appare sul punto di consumare il suo matrimonio, viene tirato giù dal letto e costretto a sedare la lite. Dice:

“Ebbene, da che cosa ha avuto origine
questa indegna gazzarra?
Siam forse diventati tutti turchi
per farci tra di noi l’uno con l’altro
quel che il ciel ha impedito agli Ottomani?
Per pudor di cristaini,
cessate questa barbara contesa!
dal cielo i lor capricci e ghiribizzi
che non osan mostrare ai loro mariti”

Siamo diventati forse Turchi? Il cielo è intervenuto e ha salvato Cipro dagli Ottomani inviando una tempesta (si credeva che il tempo fosse sotto il controllo degli dei). Quindi la tempesta ha salvato tutti dagli Ottomani. Ma ora iniziano essi stessi a comportarsi come Ottomani. Fanno a se stessi quello che avrebbero fatto i Turchi: distruggerli insieme a Cipro. La frase “diventare come i Turchi” è molto interessante: suggerisce l’idea di conversione. “Diventare un Turco” era un idioma frequente per rendere l’idea di un cambiamento di fede religiosa.

Nel corso degli scambi commerciali tra mercanti da luoghi come Venezia, o altri stati italiani, a luoghi come il Nord Africa, molti cristiani si sono convertiti all’Islam. Storicamente, però, era più facile che un Saraceno, un musulmano, si convertisse al Cristianesimo. Una delle cose più interessanti circa il personaggio di Otello è che è un Moro, che per il pubblico equivale a musulmano, diventato cristiano. Questioni sulla conversione, la fede religiosa e le relazioni di schiavitù sono al centro di quest’opera.

 

SHAKESPEARE: Falstaff, Pistola e gli armamenti

Come abbiamo visto, il vecchio, semplice, patriottico lavoro de “Le famose vittorie di Enrico V” parla dell’intera storia di Enrico V in un’opera sola. Shakespeare si prende del tempo e rende la storia più complicata e interessante. Si occupa della giovinezza di Enrico V quando è ancora principe nelle due parti dell’Enrico IV. In questi lavori, il fedele compagno di Enrico è il cavaliere Sir John Falstaff, originariamente chiamato Sir John Oldcastle, nome cambiato dopo le obiezioni dei discendenti di Oldcastle. Falstaff, abbiamo visto, era l’uomo che reclutava l’esercito straccione di soldati in Enrico IV, parte 2. Egli stesso partecipa nella battaglie in Enrico IV, ma è comunque un codardo.

Il suo nome, Falstaff, suggerisce un bastone o una daga, un arma da impugnare con la mano, come una picca. Alla fine dell’Enrico IV, parte 2, siamo rassicurati che la storia continuerà. Vedremo Enrico diventare re, diventare Enrico V, e lo vedremo andare in Francia e trionfare ad Agincourt, sconfiggendo i Francesi. E ci viene detto che la storia continuerà anche per Sir Falstaff. Ma Falstaff non è presente in Enrico V. Qualcuno del pubblico andando a vedere la produzione originale, probabilmente nel 1599, sarà stato molto deluso.
Vengono per vedere uno spettacolo con Falstaff, per vedere il grasso re con i suoi giullari, e lui non c’è. Nessuno sa per certo perché Shakespeare abbia deciso di eliminare questo personaggio dall’Enrico V. Potrebbe essere per il fatto che il ruolo era interpretato da Will Kemp, il principale attore comico della compagnia, che proprio nel 1599 decide di lasciare il gruppo. Decide di andare a Norwich e Norfolk e di dedicarsi al ballo. Potrebbe aver lasciato la compagnia nei guai e senza nessuno adatto al ruolo di Faslatff. Ma non c’è sicurezza al riguardo perchè non esistono documenti che lo confermino.
Ci sono altri attori, per esempio un attore di nome Thomas Pope, che potrebbe essere stato Falstaff. La spiegazione più plausibile è che Shakespeare voleva concentrarsi su re Enrico come eroe guerriero e dare troppo spazio al ruolo di Falstaff avrebbe distrutto l’equilibrio dell’opera. Avremmo perso molta simpatia e attenzione sul re.
Tuttavia, Shakespeare deve dare delle giustificazioni per la mancanza di Falstaff e quindi, proprio all’inizio dello spettacolo abbiamo la scena con Quicly, la locandiera nella cui taverna vengono recitate molte scene con Falstaff e il principe Enrico dell’Enrico IV. Quickly parla della morte di Falstaff. La voce della sua morte si diffonde per tutto l’esercito in Francia.

C’è un momento straordinario dove Fluellen, un soldato fedele, non un mercenario, un grande sostenitore del re sta facendo un paragone tra re Enrico come guerriero e Alessandro il Grande, il guerriero esemplare del mondo antico. Fluellen fa ogni sorta di paragone tra Enrico e Alessandro. Sono entrambi grandi generali, vengono entrambi da un luogo che inizia con la lettera M, Enrico è di Monmouth in Galles mentre Alessandro viene dalla Macedonia.
Poi dice che un’altra cosa che hanno in comune è che entrambi hanno spezzato il cuore dei loro migliori amici. Alessandro il Grande aveva un amico fedele, forse anche amante, di nome Cleito, che distrusse nella sua ubriachezza. E nello stesso modo Fluellen dice che re Enrico si comporta con Falstaff, spezza il suo cuore. È un modo per ricordare quanti sacrifici un re deve fare per diventare un guerriero.
Ma dal punto di vista teatrale, Shakespeare ha bisogno di un elemento della commedia ed è per questo che una delle figure minori dell’Enrico IV , parte II, Pistola si unisce all’esercito in Francia e diventa una sorta di sostituto di Falstaff. Quello che abbiamo è uno scherzo nei nomi dei personaggi che ricordano, in entrambi i casi, le armi della battaglia.

moschetto
Ripensate al reclutamento dei soldati. Da ogni villaggio arrivano un certo numero di picche e di moschetti. Ci sono un paio di oggetti interessanti risalenti a quel periodo. Potete vedere quanto sia lungo un moschetto con acciarino. Questa è un’arma che risale al periodo delle armi da fuoco dove si usava la polvere da sparo. C’è anche la punta di una picca con la figura di un militare con la sua lancia. punta picca
Una delle immagini più terrificanti di Enrico V è quando il re ammonisce il popolo di Harfleur minacciandolo di far infilzare sulle picche tutti i bambini che non si arrenderà. Ma la cosa più terrificante è il rumore della polvere da sparo. Non la lancia ma la pistola.

SHAKESPEARE: la notte prima di Agincourt

Nonostante il trionfo a Harfleur, l’esercito di re Enrico V deve affrontare un lungo viaggio per giungere in Francia. Quando si arriva nei pressi di Agincourt, gli Inglesi sanno che combatteranno con i pronostici a sfavore. Sono fortemente inferiori di numero rispetto ai Francesi. Così il re tiene un nuovo discorso prima della battaglia. Ma questa volta ha una forma differente. Enrico si traveste e va tra i suoi uomini per valutare gli umori dell’esercito. Data la gravità della situazione, la probabilità che molti moriranno, la possibilità che il re cada prigioniero e ne venga chiesto un riscatto, la possibilità di una sconfitta, l’esercito è attraversato dai dubbi.

testamentoÈ un linguaggio molto molto diverso da quello precedente. C’è un genuino riconoscimento da parte di Shakespeare degli orrori della guerra, della paura della morte. Esiste un documento straordinario. È un presunto testamento di un gentiluomo del Warwickshire di nome Alan Lestraunge. Scrive le sue volontà perché sta per mettersi al servizio del re in Francia. Risale al tempo di Enrico V. Si può notare qui il nome di Enrico. Parla di un sostentamento a favore della figlia. Questo è un uomo che sta per andare in guerra e sa che potrebbe non tornare.

E infatti sappiamo, grazie ad un’altra fonte, che non tornerà a casa. Questo è soltanto un esempio di quello che sarebbe potuto accadere decidendo di scendere in battaglia al tempo di Enrico V. Quello che deve fare Shakespeare, da un punto di vista teatrale, è portare sul palco l’idea della paura della morte dei soldati e allo stesso tempo conservare il rispetto del pubblico nei confronti del re. Tutto questo lo ritroviamo nella scena quando Enrico va sotto mentite spoglie tra i suoi uomini. Inizia a parlare con alcuni soldati semplici. Uno di loro si chiama William. Un altro si chiama Bates, nomi davvero molto comuni. Ed essi parlano in prosa, non in versi, il linguaggio elevato dei grandi discorsi di retorica, non usano i versi della regalità e della nobiltà, ma la prosa degli uomini comuni. Il re parla con loro di fedeltà.

Enrico parla così:

“Per mio conto,
non c’è altro luogo al mondo
in cui potrei morire più contento
che là ove fossi in compagnia del re;
perché ritengo la sua causa giusta
ed onorevole la sua querela.”

Ma il soldato William replica:

“Di questo noi ben poco ne sappiamo.”

E di certo, quello che sa il pubblico è che c’è un grande punto di domanda sulla causa della guerra. Ripensiamo alla scena di apertura e alla contorta argomentazione di re Enrico con i vescovi per giustificare la pretesa del territorio e del trono di Francia. Non tutto è chiaro. Bates, l’altro soldato, dice che sotto c’è molto più di quello che possono comprendere loro. È sufficiente sapere che sono agli ordini del loro re. Se la causa della guerra è sbagliata, l’obbedienza dei soldati li assolve da ogni colpa. Quindi, se si tratta di una guerra ingiusta, la colpa di tutte le morti causate ricade solo sul re.

Il soldato William porta avanti lo stesso pensiero:

“Se la sua causa è ingiusta, sarà il re
a dover rendere un pesante conto
quando le gambe e le braccia e le teste
che la sua guerra avrà tagliato a pezzi
si riuniranno tutte ai loro corpi
il giorno del Giudizio universale,
e grideranno: “Siamo morti là!”,
chi bestemmiando, chi invocando un medico,
chi piangendo la sorte della sposa
lasciata a casa a vivere in miseria,
chi per i debiti non soddisfatti,
chi per i figli lasciati sul lastrico.
Sono pochi, ho paura,
quelli che in guerra muoion nella grazia;
perché come si può disporre l’anima
a sentimenti d’amore del prossimo
se la mente non ha altro pensiero
che il sangue, già versato o da versare?”

Ora, se questi uomini muoiono senza motivo, sarà un problema del re che li guida e al quale sono sempre stati fedeli. È un grande dilemma per il soldato comune. Non può disubbidire. Non può disertare. Non può essere codardo. Se lo facesse, sarebbero uccisi con un’esecuzione. Ma quando stai per morire in battaglia, come fai ad avere l’opportunità di fare pace con Dio? È molto facile,invece, per un gentleman come Lestraunge fare il proprio testamento con calma e in anticipo per provvedere alla sua famiglia. Per i soldati comuni, nessuno sa come funzioni.
La coscienza di Enrico è attanagliata da questi pensieri. Si strugge in questo dilemma. Ma dopo un monologo sul palco, parla del grande senso di responsabilità, il peso che sente sopra di sé. E ricorda anche il modo discutibile con cui suo padre ha preso la corona. Enrico IV ha preso la corona da Riccardo II. Lui, il figlio, è un re legittimo? Potrebbe essere questo il momento in cui dio decide di punirlo per le colpe del padre? È un grande momento di incertezza. Ma alla fine, il re decide di affidarsi al fato, all’idea che Dio è sempre dalla parte dei giusti.

SHAKESPEARE: preparare le truppe alla battaglia

Abbiamo lasciato Enrico V e i suoi nobili pronti per partire alla volta della Francia. Ma l’esercito non è fatto di soli nobili e cavalieri. È composto, per la maggior parte, da soldati semplici. Quello che deve fare un condottiero è preparare i soldati semplici alla battaglia. Prepararli psicologicamente prima dello scontro. Tenere un discorso ardente che infiammi i loro animi e li incoraggi.Come fa Shakespeare a scrivere il grande discorso che re Enrico tiene per incoraggiare i suoi uomini all’azione e al coraggio?
Non dobbiamo dimenticare che la retorica, l’arte di usare il linguaggio in modi strutturati e molto formali con lo scopo di creare un effetto emotivo in chi ascolta, è una delle materie chiave studiate a scuola da Shakespeare.
Ed è uno degli aspetti chiave sia nel linguaggio politico che in quello teatrale. La regina Elisabetta era una maestra eccellente nella retorica. La stessa Elisabetta era stata educata a questa disciplina. Uno dei discorsi più famosi del tempo è quello che rivolge alle truppe inglesi a Tilbury al tempo della battaglia contro l’Armada spagnola.

C’è una storia complicata dietro questo discorso. Ne esistono tre versioni differenti. Di certo è un discorso rimasto nei libri di storia come un grande momento di storia patriottistica. Non sappiamo per certo cosa abbia detto la regina Elisabetta ma è chiaro che abbia usato numerosi artifizi retorici per incitare i suoi uomini all’azione.
La versione più famosa inizia con lei che dice:

“mio amato popolo, siamo stati persuasi da qualcuno, che ha a cuore la nostra salvezza, a prestare attenzione a come ci dedichiamo alle moltitudini armate, per paura di tradimento; ma io vi assicuro che non desidero vivere per diffidare del mio fedele e amato popolo”.

In altre parole sta dicendo che i monarchi dovrebbero stare attenti nell’esporsi alle masse per paura che un traditore o un assassino si nasconda tra loro. Ma lei dice di non essere così. Il suo popolo la ama. È pronta a comandare in prima linea.

“Che i tiranni abbiano paura. Io mi sono sempre comportata in modo tale che, in nome di Dio, ho posto la mia forza principale e la mia sicurezza nei cuori leali e fidati dei miei sudditi; e quindi sono giunta tra di voi, come vedete, in questo momento, non per mia ricreazione e diletto, ma essendo risoluta, in mezzo alla foga della battaglia, a vivere e morire in mezzo a voi, a sacrificare per il mio dio, e per il mio regno, e per il mio popolo, il mio onore e il mio sangue, anche nella polvere.”.

Sa di avere il corpo debole e delicato di una donna. Ma ha anche il cuore e lo stomaco di re, e re di Inghilterra per giunta. Lei combatterà per il popolo, comanderà in testa a tutti. E termina parlando di come diventerà famosa la loro vittoria contro i nemici di dio, del regno e del popolo.

“So di avere il corpo debole e delicato di una donna; ma ho il cuore e lo stomaco di un re, e per di più di un re di Inghilterra, e penso con disprezzo al fatto che il duca di Parma o il re di Spagna, o qualsiasi altro re d’Europa, osino invadere i confini del mio reame; io stessa sarò il loro generale, giudice e ricompensatore di ciascuno di voi per le vostre virtù nel campo di battaglia. So già, che per la vostra sollecitudine avete meritato premi e corone; e noi vi assicuriamo con le parole di un principe, che essi debbono esservi debitamente pagati. Nel frattempo, starà in mia vece il mio tenente generale, giacché mai un principe ha comandato un soggetto più nobile o degno; senza esitazione ma con la vostra obbedienza al mio generale, con la vostra concordia nel campo, e il vostro valore in campo, avremo subito una famosa vottoria contro questi nemici di Dio, del mio regno e del mio popolo”.

elisabetta tilbury speechOra, non sappiamo le esatte parole pronunciate. Quello che abbiamo è un bellissimo dipinto del XVII secolo di Elisabetta a Tilbury. Il dipinto reca anche un’iscrizione. Il testo è leggermente diverso dal discorso citato sopra, ma l’idea di base è la stessa, cioè che Dio combatterà al fianco della causa inglese e che il re e popolo appartengono uno all’altro. Il dipinto mostra i nobili allineati. Sono tutti a cavallo. La regina Elisabetta è al centro. E sullo sfondo ci sono le navi spagnole spazzate via dal vento della burrasca. È una narrazione nella narrazione.
Il dipinto dà una perfetta idea di come l’immagine di Elisabetta guerriera che comanda dalla testa dell’esercito fosse molto, molto potente nella cultura del tempo di Shakespeare. Quindi, quello che fa Shakespeare è prendere il libro di storia, le Cronache Holinshed, poi prendere le sue conoscenza di retorica imparate a scuola e apprese attraverso le letture, prendere alcuni concetti chiave – l’idea di Dio al fianco degli inglesi e l’idea di unire i nobili alle persone comuni. Uno per tutti, tutti per uno. È molto interessante dare uno sguardo alla struttura del discorso di Enrico V dad Harfleur. Egli inizia parlando ai suoi amici più intimi – Exeter, Bedford, Gloucester, i suoi fratelli d’armi, altri nobili come lui.

Dice:

“Alla breccia, miei prodi. Un altro assalto!”.

E poi continua:

“Avanti, avanti, avanti,
nobilissimi Inglesi! Il vostro sangue
vi discende da valorosi padri
assuefatti al mestiere della guerra;
quei padri che, come tanti Alessandri,
guerreggiarono in questi stessi luoghi,
infaticabili, da mane a sera,
e non rinfoderarono le spade
se non quando non ebbero più nulla
contro cui battersi.”

Poi si rivolge ai soldati semplici:

“E voi, miei bravi fanti,
voi, corpi fabbricati in Inghilterra,
mostrate qui di qual pastura siete;
lasciateci giurare
che siete degni della vostra razza.
Io non ne dubito, perché tra voi
non c’è nessuno che, pur d’umil nascita,
non abbia nei suoi occhi una scintilla
di nobiltà.”

In altre parole, sia che si nasca nobile o povero, in battaglia si sta fianco a fianco e si mostra la stessa nobiltà di animo.
La parola chiave è NOBILTÀ. Nobile è una parola che denota sia il rango sociale, lo status sociale, ma anche il carattere e la forza interiore di un uomo. La cosa chiara nella retorica di re Enrico V è che i soldati comuni che non sono di nobili natali, hanno la nobiltà dello spirito, il coraggio e lo dimostrano proprio tra quelli che sono nobili per nascita, cioè gli aristocratici. È un uso fantastico del linguaggio con lo scopo di unire l’esercito e prepararlo alla battaglia e all’assalto che dovrà arrivare.

SHAKESPERE: Enrico V

Enrico V. Solo il nome fa pensare immediatamente alla congiura che porta alla guerra. Enrico V è il grande eroe militare di Shakespeare. Tutti conoscono questi versi:

“Once more unto the breach, dear friends, once more. Cry God for Harry, England and Saint George”

“We few, we happy few, we band of brothers”

“Alla breccia, miei prodi, un altro assalto. Dio con Enrico, Inghilterra e San Giorgio”

“Noi felicemente pochi, questa nostra banda di fratelli”

L’Enrico V è il lavoro più patriottico, la grande opera sulla guerra, sul trionfo dell’Inghilterra. Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, Wiston Churchill fu coinvolto da vicino nella produzione di un film su Enrico V da parte di Laurence Olivier.
E questo film, che esce nelle sale nel 1944, si apre con una dedica alle truppe di mare e di aria coinvolte nello sbarco in Normandia, il D-Day. Fu prodotto per risollevare il morale della nazione in un momento cruciale della guerra. Ma la rappresentazione della guerra in teatro è più complicata di quello che si pensa. È interessante dare un sguardo attento all’Enrico V, sia per il contesto storico sia per il testo in sé.

Iniziamo con il contesto storico. In tutta la prima metà della sua carriera, Shakespeare è un poeta della guerra. La sua Inghilterra è in guerra dal momento in cui arriva a Londra nel 1588 fino al 1603 quando la regina Elisabetta muore. La guerra viene combattuta per mare. C’è paura di una invasione.  L’Inghilterra è una nazione protestante, ed è una piccola isola vicino alle coste dell’Europa. E il continente europeo è dominato dalla Spagna e dalla Francia. Ma gli spagnoli sono i più forti di tutti. La maggior parte dell’Italia, per esempio, è occupata dalla Spagna. A contendere il primato agli spagnoli ci sono solo gli olandesi.

Ed è proprio nel 1580 che gli olandesi iniziano una guerra contro la Spagna. Dopo la Riforma Protestante, la monarchia cattolica spagnola non è più vista di buon occhio dagli stati del nord Europa. Gli inglesi mandano truppe per combattere negli paesi Bassi contro gli Spagnoli ed aiutare gli Olandesi nella loro ribellione. Ben Jonson, drammaturgo amico di Shakespeare, combatte nei Paesi Bassi. Poi, nel 1588, proprio l’anno in cui Shakespeare si vede per la prima volta a Londra, arriva l’Armada Spagnola. Ed è noto a tutti quale grande flotta avessero.
Sir Francis Drake, navigatore e politico inglese, sta giocando a bocce a Plymouth Hoe quando vede avvicinarsi la flotta e con tipico sangue freddo inglese finisce di giocare prima di scendere a colpire i galeoni spagnoli. Anche la fortuna prende parte alla sconfitta dell’invincibile Armada. Una tempesta spazza via le navi della flotta. Questo viene visto dagli inglesi come un segno di Dio, il loro Dio protestante, intervenuto a loro favore. Il pericolo è scongiurato e gli Spagnoli sono stati sconfitti. Negli anni seguenti, dal 1590 in poi, si scontreranno ancora. Non sarà che alla fine del regno di Elisabetta e l’inizio di quello di Giacomo che si arriverà alla pace con la Spagna.iow052both
Esiste una medaglia molto famosa che celebra la sconfitta dell’Armada. È stata creata da un miniaturista di nome Nicholas Hilliard. Ed è chiamata “Danger Averted”. Da un lato, abbiamo la figura della regina Elisabetta. E si può vedere lo scettro e il globo che tiene in mano. Sul retro, c’è un albero – simbolo di Elisabetta che tiene unita la nazione, la nazione inglese. Simbolo di vittoria e armonia.
E sullo sfondo, si vedono piccole navi intagliate che rappresentano la flotta spagnola. C’era un’opera, messa in scena subito dopo la sconfitta dell’Armada da una compagnia nota con il nome di “Gli Uomini della Regina”– sono la compagnia leader quando Shakespeare inizia la sua carriera. Non sappiamo se anche lui sia stato uno degli Uomini della Regina, ma certamente era a conoscenza di questa compagnia. Il loro spettacolo era chiamato “Le famose vittorie di Enrico V”. Fu scritto in tempi brevissimi. Ne è sopravvissuto solo qualche frammento. E ad essere onesti, non è un granché.
Ma non c’è dubbio che fosse uno spettacolo patriottico, scritto sulla base di un confronto  tra le grandi vittorie di Enrico V contro la Francia, tra cui la sua vittoria ad Agincourt dove un ristretto numero di uomini riesce a battere il grande esercito francese, e la sconfitta dell’Armada, dove una piccola flotta inglese sconfigge la grandissima flotta spagnola.

E Shakespeare nel 1590, si accinge a rivisitare la storia delle famose vittorie di Enrico V.
Non allude direttamente alla regina Elisabetta nel suo lavoro, anche se fa un riferimento esplicito al suo generale, il conte di Essex. C’è infatti un momento verso la fine dello spettacolo dove il coro, che presenta l’azione al pubblico, parla del Conte di Essex che ritorna trionfale dall’Irlanda. Quindi lo spettacolo è molto esplicito nel comparare le campagne militari di Enrico V con quelle del tempo della regina Elisabetta. L’obiettivo di Shakespeare come drammaturgo è di portare il mondo militare sul palcoscenico pur con risorse limitate come quelle del teatro.
Non è come nel film di Laurence Olivier nel 1944, dove ci sono migliaia di comparse a cavallo che attraversano in campo come se si fosse davvero ad Agincourt. Quello che ci dice il coro nell’Enrico V è che l’immaginazione del pubblico è necessaria per portare in vita il mondo della guerra, il mondo della battaglia.
Il coro dice, recitando nel prologo:

“Oh, aver qui una Musa tutto fuoco,
per poterci levar sempre più in alto
nell’immaginazione,
verso più intense e luminose sfere!!
E un regno per scenario,
principi per attori,
una platea di re per spettatori
di questa grande rappresentazione! […]

Come potrebbe mai questa platea
contenere nel suo ristretto spazio,
le sterminate campagne di Francia?”

È necessaria l’immaginazione per rendere vero e vivo lo spettacolo. Dovete immaginare gli eserciti sul palco, per esempio quando, a Dover, la flotta inglese sta per salpare alla volta della Francia per combattere contro i Francesi.

Il coro ritorna e invita il pubblico a immaginare la flotta.

“Immaginate dunque d’aver visto
partire il nostro re ed imbarcarsi
dal molo di Southampton per la Francia,
di tutto punto armato; e la sua flotta
coi vessilli di seta far ventaglio
gagliardamente al giovinetto Febo.
Giocate ancora con la fantasia
e cercate con essa
di contemplare i mozzi delle navi
che velosi s’arrampicano su
per le sartie di canapa;
ascoltate lo stridulo fischietto
che dà comandi tra confusi suoni;
guardate le vele di tela gonfiarsi
all’invisibile soffio del vento
e sospingere sul solcato mare
gli enormi petti dei ventruti legni
a fendere gli altissimi marosi.”

La flotta reale sta per salpare alla volta di Harfleur. Inevitabilmente, immaginando la flotta sulla via della vittoria, il pubblico pensato alla storia del loro tempo, alla guerra di Elisabetta, e contemporanea alla guerra di Enrico V.