MANOSCRITTI MEDIOEVALI: le miniature (parte 1)

Contrariamente alla credenza popolare, che associa la parola “illuminazione” alla luce riflessa dallo sfondo d’oro delle miniature medievali e la parola “miniatura” alle loro piccole dimensioni, entrambe le parole derivano dal termine latino “minio”, un pigmento rosso a base di minio che, nei primi manoscritti medioevali, spesso era utilizzato per le lettere maiuscole e le rubriche (altra parola derivante dal latino “rubeus” che significa rosso).

Per averne un esempio, basta osservare la raccolta di testi patristici, scritta tra il 1175 e il 1200, molto probabilmente in Francia. Il grande buco nella pergamena è il risultato di una minuscola imperfezione, molto probabilmente una puntura di insetto che si è ingrandita quando la pelle è stata tirata durante il processo di fabbricazione della pergamena.

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I manoscritti medioevali erano creati seguendo diverse fasi, spesso da una squadra di artigiani specializzati. Nel caso dei codici miniati, il lavoro dello scrivano rappresentava solo l’inizio. I manoscritti incompiuti possono dirci molto circa il processo attraverso cui venivano prodotti.
Durante la scrittura di un manoscritto che doveva anche essere decorato, uno scrivano doveva lasciare gli spazi per le iniziali e le miniature. Se il copista e il miniaturista non erano la stessa persona, come capitava spesso, allora era necessario uno stretto coordinamento per evitare che qualcosa andasse storto. In questa Armonia del Vangelo con la prefazione di Vittorio di Capua, scritto in Belgio o Germania nel 1150-1175 circa, troviamo prove evidenti dello spazio lasciato dallo scrivano per il miniaturista, una chiara indicazione della pianificazione attenta necessaria in ogni fase della produzione.

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