MANOSCRITTI MEDIOEVALI: le miniature (parte 2)

In questa copia del XV secolo del Somme le roi, un trattato sui vizi e le virtù scritto nel 1279 dal domenicano Laurent per Filippo III di Francia (da qui il titolo dell’opera), lo scrivano ha lasciato lo spazio per una miniatura di apertura o un frontespizio che non è mai stato eseguito. Ce ne sono diversi di questi spazi in tutto il manoscritto, alcuni con la rigatura, altri no. Il fatto che le illustrazioni non siano mai state aggiunte è un chiaro indizio della divisione del lavoro.

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MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la fascicolazione (parte 1)

La raccolta del fascicolo ci mette davanti alla sfida che doveva affrontare qualsiasi scrivano medioevale. Tentare di costruire un “quaderno” di fogli di carta e poi scriverci sopra. Si scopre abbastanza rapidamente che se si scrive continuamente su un singolo bifolium il testo risulterà in disordine e discontinuo nel momento in cui si posizionano tutti i bifolia uno sopra l’altro per formare il volume. Quando veniva scritto un testo (gli scrivani di solito copiavano testi piuttosto che scriverli liberamente), gli scrivani dovevano tenere bene a mente la struttura finita del volume e la successione dei testi.

I copisti impiegano un serie di stratagemmi per assicurarsi che il rilegatore metta i fogli nella giusta sequenza. I numeri, noti come segnature, poste sull’ultimo verso di una raccolta, permettevano al rilegatore di identificare il giusto ordine dei fogli.
Osserviamo il seguente manoscritto della metà del XII secolo; è una copia inglese del Commentario su Luca di Bede il Venerabile. Le segnature sono effettuate con numeri romani, al centro del bordo inferiore:

  • pagina 8 verso: segnatura I
  • pagina 16 verso: segnatura II
  • pagina 24 verso: segnatura III

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MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la rigatura (PARTE 1)

Prima di poter scrivere i manoscritti (per lo meno quelli di una certa qualità) le pagine dovevano essere preparate con la rigatura. Le righe non definivano solo lo spazio scritto, noto come giustificazione e corrispondente al blocco di testo, ma anche il numero delle righe e lo spazio tra esse. Dato quanti manoscritti sono stati rilegati di nuovo e quindi rifilati, era molto importante lo spazio scritto rispetto alle dimensioni del volume stesso.

Sebbene il numero di righe per pagina potesse variare, molto spesso rimaneva identico in un manoscritto ben fatto. Anche se la rigatura veniva effettuata spesso con uno strumento chiamato “rastrello”, la maggior parte delle volte gli amanuensi praticavano dei fori (punzonatura) lungo i bordi (destro e sinistra per le righe orizzontale e superiore e inferiore per le righe verticali) per posizionare le linee che avrebbero fatto da guida agli scrivani. Molto spesso queste punzonature sono state eliminate durante la rilegatura del volume.

Per un esempio di punzonatura, si può osservare un singolo foglio del Messale della Cattedrale di Noyon, nella Francia nord orientale, miniato nel 1125 circa. L’iniziale sul recto della primamessale-noyon-1 pagina mostra l’autore della Liturgia Romana, Gregorio Magno, detto anche il Grande, nella veste di autore e amanuense medioevale, seduto alla sua scrivania, penna e raschietto alla mano.

Il Papa scrive su un rotolo piuttosto che su un libro. La Colomba dello Spirito Santo, nella parte alta a sinistra, rappresenta la sua ispirazione e lo identifica come l’amanuense di Dio. La rubrica identifica il testo come il canto per la prima domenica di Avvento, la tradizionale apertura dell’anno liturgico. I segni di impuntura sono chiaramente visibili nel margine sinistro e destro, così come nel margine superiore e inferiore, dove sono serviti per le linee verticali. La punzonatura irregolare sopra l’iniziale segna il luogo dove una seta, ora perduta, era cucita sul manoscritto a protezione della lettera. Sollevare la seta per mostrare la lettera avrebbe aggiunto un’aura di rivelazione.

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Manoscritti medioevali: l’assemblaggio

Gli scrivani medioevali non scrivevano su singoli fogli. Piuttosto, con poche eccezioni, approfittavano delle dimensioni delle pelli animali con le quali creavano dei pacchetti di fogli chiamati raccolte o quaderni. Ogni foglio del pacchetto consisteva in un bifolium (letteralmente due pagine). Un bifolium si componeva di due pagine unite.

Un esempio di bifolium carolingio dell’inizio del IX secolo è quello appartenente a Papa Gregorio. Si tratta dei Moralia in lob, un commentario posseduto praticamente da ogni biblioteca monastica del Medioevo. Le pieghe lungo i bordi indicano che questo bifolium è stato poi utilizzato come scarto per rilegatura, molto probabilmente verso la fine del XV e l’inizio del XVI secolo.

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Un altro esempio di bifolium è un antifonario di Reims (XI secolo). Queste sono due parti di ciò che in origine era un libro. Non sono due pagine, come potrebbe sembrare areims1 prima vista, ma due coppie di fogli uniti, ognuno dei quali conosciuto come bifolium. Letteralmente due fogli. E come di può vedere, ognuno di essi è costituito da un pezzo di pergamena tagliato e poi piegato a metà per raggiungere la giusta dimensione del libro.

In origine, lo si deduce dall’uniformità della scrittura e del contenuto, erano uno dentro l’altro. Dal testo sembrano far parte di un Officio Liturgico in onore di S. Remigio, patrono di Reims nel nord della Francia. Inserendo un bifolium dentro l’altro abbiamo fatto un passo verso la ricostruzione di un manoscritto che è stato disperso. E infatti, sappiamo dell’esistenza di un terzo pezzo dello stesso manoscritto, un terzo bifolium che racchiudeva questi due (oggi conservato in una collezione privata in Svezia).

Possiamo vedere come venivano raccolti, o impilato, per essere poi assemblati nel libro finale. È un processo davvero complesso perché lo scrivano non potevareims2 lavorare sull’intero bifolium ma con ogni singola unità. Questo significa che il testo che stava ricopiando non era continuo. Solo quando i bifolia erano messi insieme si aveva il testo scorrevole nel giusto ordine. Quindi l’amanuense doveva fare davvero molta attenzione a dove si trovava nel testo e ai vari pezzi da assemblare insieme.

In questo caso, questo manoscritto risalente all’XI secolo, è un libro notevole e una fonte importante per lo sviluppo della musica nel Medioevo. Se lo si osserva attentamente, si nota che, a differenza delle moderne notazioni, questo è sistema di notazione conosciuto come neuma che dà solo il tono relativo e non la relazione assoluta di ogni nota. Si tratta di un suggerimento mnemonico più che di un tentativo di trascrivere o registrare con precisione le caratteristiche delle note. Questi due bifolia, una volta messi insieme, possono essere riconosciuti come frammenti di un Officio Liturgico dedicato a San Remigio, il patrono delle città di Reims nella Francia nord orientale. San Remigio era un santo molto importante in Francia. Infatti, le incoronazioni dei re di Francia avvenivano nella città di Reims. Il Santo Crisma con cui venivano unti i re era conservato presso l’Abbazia di Saint
Remi in occasione di un’incoronazione. L’olio del Crisma era preso dall’abbazia e portato nella cattedrale dove il re di Francia era incoronato.

Possiamo benissimo immaginare questo libro usato in questo tipo di cerimonia nell’XI secolo. Questo paio di bifolia ci dice qualcosa anche su come i manoscritti medioevali erano rilegati. Se ne apriamo uno, possiamo vedere i punti di cucitura usati per unire tutti i fogli e il blocco della rilegatura. Si vedono chiaramente almeno sei buchi differenti. Un esame più attento rivelerebbe quali sono originali e quali sono stati fatti in seguito. Quindi anche solo con un frammento come questo, possiamo dire quante volte nel corso dei suoi mille anni circa di esistenza il libro sia stato rilegato. I bifolia venivano inseriti uno dentro l’altro, di solito, a gruppi di quattro (noti come quaternioni o più comunemente quaderni con 16 pagine). Tre bifolia formavano un ternione (con 12 pagine). Nell’Alto Medioevo, unire cinque bifolia (a formare un quinternione, con 20 pagine) era abbastanza comune. Esisteva anche l’unione di soli due bifolia (un binione di 8 pagine) e anche l’unione di sei bifolia (sesterno con 24 pagine). Unioni con un numero maggiore di fogli non era molto comune. Di solito i fogli erano uniti con piccoli perni o cuciti tra loro.

Manoscritti medioevali: Gilbert de La Porée

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Ci sono molti libri meravigliosi nella biblioteche del mondo. È davvero complicato sceglierne alcuni da portare come esempio. Partiamo da questa splendida Bibbia. Solo osservando questo testo, si capisce il perché. Sembra un po’ trasandata, le pagine sono sporche, la rilegatura molto fragile e logora. Infatti il primo folio, nella parte del recto, sembra incompiuto. La maggior parte è vuota. L’impaginazione è molto curiosa. Tuttavia, se osserviamo il testo più attentamente, capiamo che c’è un motivo per cui la maggior parte della prima pagina risulta vuota.

Questo libro non è una semplice copia delle Lettere Paoline, sebbene ne sia un commentario.

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Vediamo una grande iniziale istoriata che occupa quasi l’intera pagina e che fa riferimento alla conversione dell’anima, il momento in cui Paolo riconosce il Dio cristiano, sulla via di Damasco. Il suo cavallo non è visibile in questa immagine. Sembra quasi che Paolo stia levitando a mezz’aria, come colpito dalla mano di Dio. Nel gambo
della lettera vediamo tre figure a mezzo busto. Hanno preso le misure in modo molto accurato. Una è mostrata in una posa iconica rivolto in avanti che guarda direttamente verso di noi. Il secondo è di profilo che guarda alla nostra destra. E il terzo è mostrato in modo opposto e guarda a sinistra.

È come se l’artista, nel riempire questi spazi, abbia voluto giocare con il senso della vista, fondamentale nella storia della conversione di Paolo. Egli viene colpito ed è come se fosse accecato e potesse vedere davvero per la prima volta. Ed egli vede la verità spirituale. Un personaggio ci guarda direttamente, gli altri di lato. Ci invitano a voltare pagina per vedere quanto segue. Prima di farlo però, consideriamo brevemente cosa troviamo nella rilegatura. gilbert-poree5La rilegatura è tra le parti più interessanti del libro e risale al XII secolo. È abbastanza inusuale trovare un libro di quel periodo con la rilegatura originale. Molto spesso i libri, a causa dell’usura, sono stato rilegati di nuovo. Ma nel caso di questa Bibbia, la rilegatura originale è sopravvissuta.

Un’iscrizione sulla parte bassa della copertina ci informa a quale biblioteca apparteneva questo libro. Questo tomo apparteneva alla Biblioteca di Sant’Alessandro nei pressi di Halle, nella Germania orientale nella diocesi di Magdeburgo. Possiamo quindi dedurre che il testo sia stato prodotto in Germania.

Ma l’iscrizione risale al XV secolo mentre la rilegatura al XII. Inoltre ilgilbert-poree6 testo non è stato miniato in Germania ma nel nord della Francia. Quindi possiamo dedurre che il libro abbiamo viaggiato dalla Francia alla Germania. Potrebbe essere stato portato da uno studente tedesco che studiava presso l’università di Parigi, dove i tedeschi erano molto numerosi. Siamo quindi in grado di dare testimonianza della migrazioni di testi scolastici francesi in altre parti d’Europa. Semplicemente recuperando la loro provenienza, abbiamo il senso della migrazione, della trasmissione delle idee contenute nei libri stessi. Questo volume non è semplicemente la raccolta delle Lettere Paoline, ma un commentario ad esse. Ed è un commentario del famoso teologo e studioso Gilbert de La Porrée. Era un membro della scuola di Chartres, la città della più famosa cattedrale di Francia. E nel tardo XI secolo e poi nel XII secolo, Chartres è stata anche un importante centro di studi non solo sulla Bibbia, ma anche dei classici.

Questo libro infatti è stato fatto, molto probabilmente, proprio a Chartres al tempo di Gilbert. Egli è morto nel 1154 e il testo risale alla prima metà del XII secolo.
Se apriamo il tomo alle Lettere Paoline, la prima cosa che vediamo è proprio la lettera P di Paolo. Le Lettere presentano molte note a margine. Nei commentari non era insolito che le note fossero più lunghe del testo stesso.
Per questo motivo lo scrivano ha introdotto una gerarchia nei caratteri. Una carattere più grande con una grande spazio interlineare per la lettera maiuscola e il testo, una scrittura più minuta per le note. Quindi ci sono almeno due righe di commento per ogni riga di testo. Diverse sezioni del commentario di Gilber mostrano magnifiche iniziali istoriate con Paolo al lavoro come amanuense. Possiamo immaginarlo mentre scrive questo manoscritto, pensando al suo lavoro come a un riflesso di quello dello stesso apostolo Paolo.

Una delle cose più interessanti è il segnalibro originale del Medioevo, risalente probabilmente al XV secolo e in parte restaurato nei secolo successivi. Siamo in grado di  ricostruire l’intera storia delle abitudini di lettura, come il libro era usato e contestualizzato solo conoscendo la storia del segnalibro.
Cosa ci dice questo segnalibro, in particolare? Ebbene, prima di tutto, con un’ispezione accurata notiamo che questa piccola piastra si muove su e  giù per la striscia di pergamena di pergamena ricoperta di lettere. Le lettere, in realtà, non hanno alcun senso, ma l’importante è il movimento che la piastrina può compiere. Grazie a questa particolare caratteristica, il lettore, o anche uno scrivano intento a copiare questo complesso manoscritto, poteva segnare a che altezza era arrivato nella pagina. gilbert-poree7Ma il segnalibro non è in grado di segnare il punto esatto solo in orizzontale ma anche in verticale. Se osserviamo con attenzione, noteremo che il segnalibro incorpora una piccola ruota, detta anche vovelle. Era contrassegnata da quattro numeri romani che si riferiscono alle quattro colonne che riempiono due pagine appaiate quando il tomo è aperto: prima e seconda colonna riguardano l’epistola, la terza colonna è riferita alla continuazione della lettera e la quarta colonna è riferita al commento. Con questo segnalibro che si muove su e giù ed è in grado di ruotare a indicare la colonna desiderata, un amanuense o un lettore era in grado di individuare la posizione esatta sulla pagina. Da questo, possiamo dedurre che l’unità semantica saliente del libro medioevale non è la pagina ma l’apertura, cioè le due pagine che ci troviamo di fronte quando lo apriamo.

IL MANOSCRITTO MEDIOEVALE: introduzione

Con questo post mi piacerebbe iniziare un percorso di analisi del processo di come veniva creato un tipico manoscritto medioevale. Bisogna fare attenzione nell’uso della parola “tipico” perché una delle caratteristiche salienti dei manoscritti medioevali, a differenze dei libri stampati, è che uno è diverso dall’altro. I primi libri stampati possono differire uno dall’altro – per esempio nell’uso della carta, il tipo di carattere, le correzioni – ma, se paragonati ai manoscritti medioevali, le differenza sono abbastanza minime.

Gli studiosi di manoscritti spesso parlano di “manoscritto matrice”. Con questo si intende la combinazione di elementi e caratteristiche fisiche distinti che, aggiunti allo sguardo del lettore, formano la sua esperienza del libro e dei suoi contenuti. Oggi si dice spesso che non si può giudicare un libro dalla copertina – già i libri medioevali, specialmente i codici usati durante la liturgia, erano pensati come oggetti da mostrare e installare sull’altare insieme agli altri paramenti liturgici o portati in processione. Decorati con gemme o con elementi metallici, erano pensati per creare una grande impressione di potere e auratica.

Il libro stesso inteso come oggetto rende più reale la parola di Dio, che nella cristianità è intesa come il Verbo o la Parola, in accordo con l’apertura del Vangelo di Giovanni (1:1):

“In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio”

Di certo, non tutti i manoscritti medioevali contenevano testi religiosi. Nel corso del millennio medioevale, si sono sviluppati molti nuovi generi, molti dei quali di carattere non religioso sia nel contenuto che nella funzione. È naturale essere curiosi su come i manoscritti medioevali fossero costruiti. È una domanda che va oltre la tecnica o la fattura. Il modo in cui sono stati creati porta direttamente alla loro interpretazione. Oggi quando vogliamo un libro, possiamo scaricarlo online o sul nostro e-reader, possiamo leggerlo su un tablet o sul pc, ma nel Medioevo la situazione era davvero molto diversa.

introduzione

Un testo non è la stessa cosa di un libro, e un testo può avere molte forme e fogge diverse, in base alla natura del supporto su cui è creato. E nel Medioevo, i libri erano interamente fatti a mano, da come si può dedurre dal parola stessa “manoscritto” che in latino significa “fatto a mano”. Ciò che chiamiamo libro, in gergo codice M, dominerà il corso di tutto il Basso Medioevo. Le origini del libro – il codice che noi conosciamo – risalgono al primo periodo dopo Cristo, il primo periodo associato alla Cristianità. La Cristianità non ha creato i codici, ma certo ha agito da catalizzatore perché il codice era necessario alle autorità cristiane in molti modi diversi.

Uno dei primi accenni che abbiamo circa i codici arriva dai testi cristiani; uno in particolare arriva dalla Seconda Lettera di Paolo a Timoteo. Nel capitolo 4, Paolo scrive a Timoteo e chiede:

“Venendo, portami il mantello che ho lasciato a Troade in casa di Carpo e anche i
libri, soprattutto le pergamene”

E’ un passaggio affascinante, non importa che sia breve, perché Paolo fa riferimento specificatamente ai libri fatti di pergamene più che a quelli in papiro che era il materiale tipico con cui erano fatti i più antichi codici e i rotoli (il rotolo era il formato più usato in antichità per i testi).

Abbiamo anche un accenno al codice negli scritti di un autore romano del I secolo, Marziale, il quale, in uno dei suoi epigrammi invita così i lettori:

“Tu che vuoi averli ovunque i miei libretti, lascia ai grandi libri la brossura e compra
per me una copia che si possa tenere tra le mani”

Risulta chiaro che il suo modo di scrivere e si suoi lavori sono da associare a questo nuovo supporto e formato: il codice.

Quello di cui vorrei parlare ora sono i modi in cui i diversi materiali prendono forma e significato. Un rotolo veniva usato coma base per testi scritti e immagini. Veniva poi arrotolato. Ogni volta che veniva srotolato o arrotolato i pigmenti, applicati sulla superficie, rischiavano di sfaldarsi a causa di queste azioni. Per questo i rotoli venivano illustrati solo su un lato. Il codice, invece, ha la forma di un libro. Le pagine sono una sopra l’altra e, per essere lette, vanno sfogliate. La forma e la struttura stessa di un libro portano a una nuova struttura del testo. C’è spazio sufficiente per scrivere su entrambi i versi delle pagine, caratteristica tipica di ogni libro. A differenza del rotolo, il libro fornisce un supporto ideale per il testo illustrato, non solo per lo spazio maggiore a disposizione ma anche perché, quando il libro è chiuso, l’immagine rimane protetta.