MANOSCRITTI MEDIOEVALI: la fascicolazione (parte 4)

Per un esempio di testatina del tardo XIV secolo in un manoscritto italiano, si può fare riferimento a una cronaca storica nota come Polistorio:

  • Pagina 50 verso: la testatina si trova al centro del bordo inferiore
  • Pagina 51 recto: la testatina di questo nuovo fascicolo si trova insieme a quella
    della pagina precedente

In questo caso le testatine forniscono solo la prima sillaba della seconda parola.

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Un’altra caratteristica di alcune testatine italiane è di essere scritte in verticale lungo la linea che delimita la giustificazione del testo. Un esempio è una copia del tardo XV secolo delle Satire di Persio, scritta in carattere italico, probabilmente a Venezia.

  • Pagina 8 verso: testatina
  • Pagina 9 recto: inizio di un nuovo fascicolo

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SHAKESPEARE: la lama di Spagna

Persuaso dal machiavellico Iago che sia moglie Desdemona lo stia tradendo con Cassio, Otello regredisce a una sorta di comportamente selvaggio che il razzista e misogino Iago si aspetta da lui; Otello soffoca sua moglie nel letto. Quasi immediatamente, la verità viene a galla. Otello realizza l’errore, capisce quanto è stato ingannato dagli intrighi di Iago. Ma adesso è troppo tardi. La sua prima reazione è di uccidere Iago. Tuttavia, egli ricorda che ha una seconda arma nella sua camera. Nessun buon generale va in battaglia senza un’arma di scorta, nel caso la prima venga persa. E questa seconda arma è descritta in modo molto interessante:

Ho un’altra arma con me, qui nella stanza,
una lama di Spagna, temperata
dentro l’acqua gelata di ruscello…

Swept Hilt Rapier

Perché una spada dalla Spagna? Il fatto è che le lame spagnole erano molto ammirate al tempo di Shakespeare. Di certo, sul palco, ci sarà stata una spada di legno o una finta. La compagnia teatrale non avrebbe mai usato una spada vera, una lama spagnola di alto valore. Nel mondo illusoriodel teatro, la spada spagnola sta a indicare un’arma di enorme pregio e qualità. Ne esistono diversi esempi. Nella foto a sinistra se ne può ammirare uno con una bellissima decorazione intorno all’elsa. Sfortunatamente, non sappiamo il nome dell’armaiolo poiché la firma sull’arma è svanita. Ma la fattura è molto moresca nella sua simmetria – ricorda, in un certo senso, la simmetria del piatto Iznik – e ha una pregevole impugnatura. È un oggetto molto bello, ma anche estremamente mortale.

L’altra cosa da tenere a mente sui Mori e la Spagna è che, per molti secoli, parte della Spagna del sud è stata sotto il dominio degli Arabi che furono poi espulsi. Il conflitto tra Saraceni e Spagnoli è un altro fondamento storico alla base dell’opera teatrale. È comprensibile, a questo punto della storia, il perché Otello torni alle sue origini di Moro spagnolo.

Inizia un lungo discorso in cui cerca veramenbte di giustificarsi. Sa che il gioco è finito, ma vuole essere ricordato non come un selvaggio, non come colui che ha assassinato la moglie, ma come un servitore fedele dello stato veneziano. Quindi impugna la sua arma e inizia a ricordare quando, impugnando proprio una spada, sia andata in battaglia e quanti nemici abbia ucciso. Il potere straordinario della combinazione uomo-spada sul palco è straordinario e suggestivo. All’apice del discorso, egli ricorda una delle sue avventure in Medio Oriente. Ricorda di essere stato ad Aleppo (attuale Siria) e di aver incontrato un turco, un musulmano che descrive come “maligno e con il turbante”:

E raccontate pure che in Aleppo
un giorno, mentre un turco inturbantato
picchiava con violenza un Veneziano,
fui io ad afferrare per la gola
quel cane circonciso, ed a trafiggerlo.

Otello, in quell’occasione, è corso in aiuto di un veneziano, come se dovesse difendere l’intero stato di Venezia. L’espressione “cane circonciso” era usata come insulto rivolto ai musulmani in riferimento alla pratica islamica della circoncisione. Alla fine, nello stesso modo, egli si trafigge con la sua spada.

Dal momento che non abbiamo testimonianze oculari della performance originale di Otello non sappiamo esattamente come l’attore sul palco trafigga se stesso, come cada sulla spada. È un’immagine incredibile perché il suicidio ricorda anche l’uccisione del turco, come se fosse Otello stesso a trasformarsi nel turco di Aleppo. Abbiamo visto come al centro dell’opera ci sia la lotta tra Cristianità e Islam, tra veneziani e turchi. Questo conflitto non era al centro solo dell’opera teatrale ma era era cruciale da un punto di vista geopolitico al tempo di Shakespeare. La conversione di Otello al cristianesimo è cruciale in questa storia, ma ora lo immaginiamo quasi tornare alle sue origini islamiche, tradendo l’unico vero stato per cui ha combattuto. È come se la sua identità stia collassando.

Essere il Moro di Venezia è un paradosso; Venezia, il gioiello della Cristianità; il Moro che arriva dal mondo islamico. Otello, nel suo trionfo, contiene entrambe queste identità. Nella sua sconfitta, spinto dal machiavellico Iago, le identità collassano e in questo sta la tragedia di Otello.

SHAKESPEARE: Otello e i Turchi

Nel primo atto dell’Otello, incontriamo Otello, il Moro di Venezia. Incontriamo Brabanzio, il Duca (o Doge) e i senatori. L’immagine di Venezia che emerge è quella di uno stato moderno, sofisticato e relativamente democratico. Abbiamo Iago, un villano astuto, intrigante e machiavellico e Desdemona, la bella figlia virtuosa del senatore, che in seguito sarà accusata di essere peggio di una cortigiana.

Ma nel corso del primo atto, arrivano notizie che i Turchi hanno attaccato Cipro. Cosa sta succedendo tra Cipro e i Turchi? Che cosa hanno a che fare i Veneziano con Cipro? Servono, a questo punto, un excursus geografico e storico. È chiaro che Cipro si è sempre trovato una posizione strategica.

Bisogna ricordare che, al tempo di Shakespeare, il Mediterraneo era il centro assoluto del mondo. A nord del Mediterraneo c’era l’Europa, regno della cristianità. A est c’era la Turchia, l’impero ottomano. A sud c’erano una serie di stati in Nord Africa sotto l’influenza dell’impero ottomano. Gli attriti tra mondo cristiano e mondo ottomano sono simili a quelli della Guerra Fredda del XX secolo.

Cristianità e Impero Islamico Ottomano: due forze globali. Ci sono sempre state tensioni tra loro. Quindi le isole nel Mediterraneo erano punti chiavi. Cipro, nella parte orientale del Mediterraneo, era una roccaforte più vicina all’impero Ottomano che al mondo cristiano. Oggi, Cipro è ancora un luogo strategico in relazione rispetto alle mediazioni tra l’occidente e il travagliato Medio Oriente.

Come ha fatto Shakespeare a sapere dei Turchi, Venezia e Cipro? Una delle risposte potrebbe le sue letture. Ci sono un paio di riferimenti interessanti in Otello che rendono chiaro che era familiare con un libro intitolato “Storia Generale dei Turchi”. storia generale turchiNella pagina del titolo, c’è una firma che porta il nome di “Henry Rainsford”. Hanry Rainsford era un gentiluomo di Clifford Chambers (villaggio appena fuori Stratford-upon-Avon). Rainsford era molto interessato ai collegamenti letterari con John Donne e Michel Drayton, un poeta e un drammaturgo che Shakespeare conosceva.

Il libro viene pubblicato nel 1603. Non è impossibile che la copia di Rainsford sia proprio quella posseduta da Shakespeare. Non sappiamo dove Shakespeare abbia preso il suo libro, ma conosceva abbastanza gentiluomini che avevano le ricchezza per acquistare libri di questo genere e che avrebbero potuto prestarglielo. Potrebbe essere il suo patrono, il conte si Southampton, oppure il patrono successivo, il conte di Pembroke, o un amico come Rainsford, non lo sappiamo, ma è chiaro che Shakespeare possedeva, almeno, una copia della “Storia Generale dei Turchi” di Knolles, nella quale avrebbe appreso le origini dell’Islam e l’ascesa dell’impero ottomano. Dopo aver letto 840 pagine di questa storia, si sarà di certo imbattuto nella descrizione di Cipro, e poi in una nota a margine che dice:

Come il regno di Cipro entrò in contatto con i Veneziani”

Venezia era una grande potenza marinara nel Mediterraneo, e Knolles nella sua storia ci dice come, nel corso del tempo, il controllo di Cipro è scemato ed è stato conteso tra Veneziano e Ottomani. Ci sono una serie di battaglia; ci sono tradimenti, alleanze e alla fine Cipro cade nelle mani dei Turchi. Iniziano le azioni diplomatiche, sappiamo che c’erano lingue diverse e alleanze diverse.

Alla fine, dopo un grande assedio, la capitale Famagosta viene presa. Poi Shakespeare si sarà imbattuto nel passaggio dove si parla della perdita di Cipro:

Questa fu la fatale rovina di Cipro, una delle isole più fertili e belle del Mediterraneo; la perdita non fu senza gravi perdite di prìncipi cristiani, e dello stesso regno, e ora è una provincia dell’impero turco”.

Ora, quello che Shakespeare fa nell’Otello, è immaginare una storia alternativa in cui Cipro viene salvata dai Veneziani e i Turchi sconfitti. Otello è incaricato dal Senato, nel primo atto, di prendere una flotta e un esercito e combattere contro i Turchi. La buona sorte, sotto forma di tempesta, interviene e investe la flotta ottomana. Quando Otello entra a Cipro, è in grado di rinforzare le difese e invia a Venezia la notizia che Cipro è salva nella mani della cristianità.

I cristiani pensano a se stessi come a persone virtuose e sofisticate. Pensano ai Turchi, ai musulmani, come a dei selvaggi. Le cose peggiorano nella notte di festeggiamenti per la dispersione della flotta turca. Cassio si ubriaca. Iago, agendo attraverso Roderigo, cospira per coinvolgere Cassio in una rissa, a causa della quale viene destituito e perde la sua posizione.

Otello, che appare sul punto di consumare il suo matrimonio, viene tirato giù dal letto e costretto a sedare la lite. Dice:

“Ebbene, da che cosa ha avuto origine
questa indegna gazzarra?
Siam forse diventati tutti turchi
per farci tra di noi l’uno con l’altro
quel che il ciel ha impedito agli Ottomani?
Per pudor di cristaini,
cessate questa barbara contesa!
dal cielo i lor capricci e ghiribizzi
che non osan mostrare ai loro mariti”

Siamo diventati forse Turchi? Il cielo è intervenuto e ha salvato Cipro dagli Ottomani inviando una tempesta (si credeva che il tempo fosse sotto il controllo degli dei). Quindi la tempesta ha salvato tutti dagli Ottomani. Ma ora iniziano essi stessi a comportarsi come Ottomani. Fanno a se stessi quello che avrebbero fatto i Turchi: distruggerli insieme a Cipro. La frase “diventare come i Turchi” è molto interessante: suggerisce l’idea di conversione. “Diventare un Turco” era un idioma frequente per rendere l’idea di un cambiamento di fede religiosa.

Nel corso degli scambi commerciali tra mercanti da luoghi come Venezia, o altri stati italiani, a luoghi come il Nord Africa, molti cristiani si sono convertiti all’Islam. Storicamente, però, era più facile che un Saraceno, un musulmano, si convertisse al Cristianesimo. Una delle cose più interessanti circa il personaggio di Otello è che è un Moro, che per il pubblico equivale a musulmano, diventato cristiano. Questioni sulla conversione, la fede religiosa e le relazioni di schiavitù sono al centro di quest’opera.

 

SHAKESPEARE: le donne di Venezia

Nell’apertura dell’Otello, scopriamo che Otello, il Moro, generale dell’esercito veneziano, sta corteggiando ed è scappato con Desdemona, la figlia di Brabanzio, uno dei senatori. La scena si svolge di notte. Bcoryat2rabanzio è sveglio e racconta la scioccante notizia del mercenario nero appena fuggito con la figlia. Che immagine avevano Shakespeare e il suo pubblico delle donne veneziane? La risposta è che le consideravano davvero molto interessanti. Le donne veneziane erano abbastanza note al tempo di Shakespeare. Possiamo vederne un chiaro esempio in uno splendido libro di viaggio di un certo Thomas Coryat. È intitolato “Crudezze”.

Coryat era originario di un piccolo paese del Somerset, nella parte occidentale dell’Inghilterra e ha deciso di intraprendere un viaggio a piedi. La meta finale era l’India. Le sue scarpe sono sopravvissute. È possibile vederle nella chiesa del villaggio dove è nato. Sono, come è ovvio, consunte. Lungo il cammino, egli passa da Venezia dove si ferma per un certo periodo di tempo. Nel libro si parla del suo particolare interesse pcoryat1er le donne veneziane. C’è anche un’illustrazione di se stesso. Egli si riferisce a se stesso come al signore Tomaso Odcombiano, da Odcombe il suo paese natale.

Nell’immagine lo vediamo con Margarita Emiliana, una cortigiana di Venezia. Venezia era famosa per le sue cortigiane. Questo è ciò che Coryat scrive:

Dal momento che ho la possibilità di menzionare alcune particolarità delle loro donne, non posso esimersi dal parlare delle loro cortigiane, specialmente perché il nome di una di esse è noto in tutto il mondo cristiano”.

La cortigiana dell’immagine ha seni scoperti e invece le donne veneziane erano famose per i loro abiti esotici, le loro calzature alte e per i vestiti corti. Il décolleté era l’ultima cosa che mostravano e una delle cose che dicono Croyat e i viaggiatori inglese circa Venezia è che era difficile distinguere tra le donne per bene e le cortigiane che mostravano la loro ‘mercanzia’.

Da una parte, le donne per bene volevano dimostrare ostentatamente la ricchezza del proprio marito. Le cortigiane volevano, invece,  qualcosa di diverso. Ora, questa confusione circa le virtù così come le abitudini sessuali delle donne veneziane è qualcosa su cui Iago gioca in modo molto potente.

Egli dice:

“Guardatevi: gli umori delle donne
del mio paese li conosco bene;
a Venezia esse lasciano spiare
dal cielo i lor capricci e ghiribizzi
che non osan mostrare ai loro mariti”

A Venezia le donne sono essere sessuali e gli uomini possono fare fatica ad accettarlo. È la paura su cui fa leva Iago. Otello è uno straniero.

Dice di se:

“Sto soccombendo al velo delle paure”.

Ed è consapevole di essere nero. Quindi non può credere alla sua fortuna quando la bella figlia di uno dei senatori si innamora di lui e acconsente a sposarlo. Quello che fa Iago è far leva sulle insicurezze di Otello quale uomo vecchio, uomo nero e straniero. Qualcuno che è al soldo dello stato. Iago parla così ad Otello:

“Guarda Moro.
Ha tradito suo padre. Potrebbe tradire anche te”.

Cassio, l’affascinante e mellifluo fiorentino che si reca da Desdemona per convincerla a persuadere Otello a perdonarlo per il suo errore di giudizio durante la rissa tra ubriachi. Cassio – il tipo di uomo che ci si aspetta Desdemona sposi.  Iago trovano abbastanza facile convincere Otello che Desdemona e Cassio hanno una relazione. Fa leva sull’idea dei noti appetiti sessuali delle donne veneziane.

Lascia che le ingannevoli fantasie di Otello prendano il sopravvento nell’immaginazione del Moro. Egli congiura nella visione gelosa di Otello con il risultato che Otello stesso si convince che sua moglie non è virtuosa veneziana di alto lignaggio, ma una cortigiana. Nella scena più selvaggia e crudele nell’atto IV dell’opera, quando Otello arriva nella camera di lei, convinto della sua infedeltà,  chiede lei chi è e lei risponde in questo modo:

“La tua sposa, signore,
la tua sposa leale e veritiera”.

Ed egli replica:

“Quand’è così, ti chiedo anch’io perdono
ad alta voce: t’avevo scambiata
per l’astuta puttana di Venezia
che s’è sposato Otello”.

E le lancia dei soldi come se fosse una prostituta. Una puttana peggiore anche di una cortigiana. Il fatto è che una cortigiana offre una serie di servizi di alta classe. Spesso vivono in case comprate per loro da gentiluomini loro clienti.

Ma chiamare Desdemona una prostituta, una donnaccia di strada è assolutamente scioccante. Quindi è molto facile vedere come Shakespeare usi l’ambiente veneziano con le donne  che sono, da un lato, altamente sofisticate, molto belle ed eleganti. Dall’altro lato, sessualmente di facili costumi. Venezia diventa il set ideale dell’opera. Leggere dei viaggi del tempo, come quelli di Coryat, ci aiuta e portare in vita il mondo in cui “Otello” è stato scritto e ambientato.

SHAKESPEARE: Venezia

Otello, il Moro di Venezia. É un’opera che ha un’immediata identità e un luogo all’interno del titolo stesso. Che associazione di idee avrebbe provocato la parola “moro” e il luogo “Venezia” per il pubblico di Shakespeare?

Quando l’opera inizia, incontriamo immediatamente i Veneziani. Incontriamo un fiorentino di nome Cassio e poi Otello, il Moro, di origini nordafricane. Ascoltiamo molto delle sue origini. Veniamo anche a sapere che Venezia è in guerra contro “il Turco”.

Che cosa avrebbe pensato il pubblico inglese di tutti questi luoghi e popoli? Perché Shakespeare ha ambientato l’opera a Venezia? Perché c’è un “moro”, un nero, come generale dell’esercito veneziano?

È necessario fare un passo indietro e  pensare a Shakespeare e alle geografia del tempo. Ho già parlato di Shakespeare e della storia, ma la geografia era una materia di grande interesse in quel tempo. Quella di Shakespeare è un’età di esplorazioni, di scambi culturali, commerci e di nuove mappature.

ortelius mapA questo proposito, ci sono alcuni vecchi volumi. Uno di questi è stato scritto da Ortelius ed è un’introduzione di base ai principi della geografia. Contiene una piccola mappa di tutti i continenti e delle nazioni del mondo conosciuto di allora. È una buona occasione per pensare al significato dell’Italia, in generale, e Venezia, in particolare, per Shakespeare e il suo pubblico.

Ortelius dice dell’Italia:

la descrizione di questa degna nazione merita un intero volume per essere approfondita nel modo giusto”.

Infatti, l’Italia era estremamente affascinante per Shakespeare. C’erano, in particolare, due idee legate all’Italia ed erano in contrasto tra di loro. Da una parte, l’Italia era associata a una grande sofisticazione, con una grande cultura, e maniere eleganti. Dopotutto, proprio in Italia era nato il Rinascimento. Ma l’Italia era associata anche a intrighi politici e bassa astuzia.

Basti pensare ad alcuni nomi famosi italiani. Pensiamo ai grandi artisti rinascimentali, come Leonardo e Michelangelo. Pensiamo alle chiese favolose, ai dipinti, ai palazzi, all’enorme mecenatismo messo in atto dai Medici a Firenze.

L’Italia sembra il posto migliore dove andare e molti viaggiatori dell’era elisabettiana pensavano proprio questo ma, allo stesso tempo, tra i nomi famosi del XVI secolo italiano, c’era Niccolo Machiavelli, autore de “Il rincipe”, il libro per eccellenza sugli intrighi politici. Machiavelli sostiene che tutto ciò che importa in politica è il potere, il controllo. Quelle vecchie idee circa la virtù di un legislatore, di un principe o di un re o di un duca quale rappresentante di Dio in terra sono superate da Machiavelli in nome del mero potere. La religione stessa, dice Machiavelli, è un espediente ideato dal potente con lo scopo di tenere sotto controllo le persone e dire loro cosa fare.

L’opera di Machiavelli, il Principe, non viene tradotto in inglese mentre Shakespeare è in vita, ma i libri che attaccavano Machiavelli lo sono stati di certo; quindi era un personaggio noto,quasi una figura demoniaca.

Uno dei lavori che stanno alla base del “Moro di Venezia” di Shakespeare è un’opera di Christopher Marlowe, l’Ebreo di Malta. Quest’opera ha un prologo dove compare il personaggio di Machiavelli considerato “tutti i male morali del Rinascimento italiano”.

Non ci sono dubbi che il perfido e intrigante veneziano Iago è un personaggio che il pubblico di Shakespeare avrebbe potuto facilmente associare a Machiavelli. C’è una certa dose di arguta ironia nel fatto che Shakespeare decida che il virtuoso personaggio di Cassio (accusato falsamente da Iago di aver una liaison con Desdemona) sia fiorentino, proprio come Machiavelli. Proprio nella prima scena dell’opera, Iago appella sdegnosamente Cassio con il termine fiorentino. L’ironia è che Machiavelli era fiorentino e che il vero Machiavelli dell’opera è proprio Iago, così fiero invece di essere veneziano.

Dobbiamo ricordare,e la mappa di Ortelius ci aiuta in questo, che l’Italia non era uno stato unito al tempo di Shakespeare – infatti non sarà che nel XIX secolo che la nazione verrà unificata. Quindi l’Italia era divisa in molti stati. C’era la repubblica fiorentina, il ducato di Milano che Ortelius ci dice essere il più grande tra gli stati. A sud c’era il regno di Napoli, a nord est c’era Venezia con una struttura tutta particolare. C’era un doge, che era come un duca, ma c’era anche un consiglio di senatori – Venezia era fieramente una repubblica. Inoltre, a differenza di molti altri stati italiani vicini a Roma e al potere del Papa, Venezia aveva una lunga tradizione di indipendenza dall’influenza cattolica e papale.

Penso che questa sia una delle ragioni del perché gli elisabettiani fossero così affascinati da Venezia. Era un piccolo luogo indipendente, aveva il proprio sistema politico; ma era anche un porto, una città sull’acqua, un luogo di commercio e scambio culturale ed era anti-papale, anti-Roma.

In questo si può riscontrare una certa somiglianza con la Londra di Shakespeare. Sia nel Mercante di Venezia che in Otello, il moro di Venezia, c’è il senso di una Venezia che fa il doppio della Londra shakespeariana.

SHAKESPEARE: Shylock in scena

Una domanda che merita una risposta è come Shylock sia stato messo in scena nella produzione originale della fine del 1500 dalla compagnia teatrale di Shakespeare. I dettagli, purtroppo, sono frammentari. Dall’opera di Marlowe “L’ebreo di Malta” sappiamo che il personaggio di Barabas aveva un naso lungo. C’è un riferimento in un poema dell’epoca a un naso a bottiglia come quello dell’ebreo di Malta. Molte scuole di pensiero hanno suggerito che Shylock venisse messo in scena usando un naso protesico (finto); nell’immaginario gli ebrei hanno nasi grandi, uno stereotipo razzista. È certo che nel XVIII secolo, circa 100 anni dopo la morte di Shakespeare, l’ebreo Shylock fosse rappresentato proprio così. Sappiamo, per esempio, che intorno alla metà del 1700 un attore molto apprezzato di nome Charles Macklin ha interpretato il giudeo in un modo molto stereotipato quasi come una figura demoniaca, ma non sappiamo per certo se fosse lo stesso modo usato al tempo di Shakespeare.
C’è un verso abbastanza confuso all’inizio della scena dove Porzia, travestita da giovane avvocato, cerca di risolvere la disputa circa un ordine di carne; la donna entra nella sala delle udienze e chiede:

“Chi è il mercante qui, e chi l’Ebreo?”

Il verso, un tipico verso simmetrico di Shakespeare, diviso a metà da due immagini diverse, suggerisce che visivamente il mercante e l’ebreo non sono distinguibili. Se Shlylock fosse rappresentato, secondo lo stereotipo, con un grande naso e una parrucca rossa come il Barabas di Marlowe, sarebbe stato riconosciuto immediatamente. Quindi è una domanda aperta, una domanda irrisolta come Shylock fosse messo in scena da Shakespeare, ma non c’è dubbio che negli anni seguenti, per almeno 200 anni, sia stato rappresentato secondo lo stereotipo classico dell’ebreo.
Tuttavia, nel 1879 il grande attore vittoriano Henry Irving recitò Shylock in quello che sembra essere un modo completamente nuovo. Irving fece moltissime ricerche storiche e vestì Shylock come un ebreo in termini storici e lo trattò con un certo rispetto. Non c’era più la parrucca rossa o il naso grande come una bottiglia, nessuna caricatura. Al contrario, Irving cercò di rappresentare Shylock come un vero ebreo, come un essere umano.

irvingEsiste una incisione che dice: “da un fotografo da Locke e Whitfiled di Regent Street di Mr Irving nei panni di Shylock”.
Siamo agli inizi della fotografia. Per la prima volta, gli attori possono essere ricordati per come sono, non interpretati attraverso i dipinti e le incisioni e chiaramente, il Shylock di Irving è una figura di enorme umanità ed enorme simpatia.
È forse doveroso ricordare che a questo punto nell’era vittoriana, probabilmente l’immagine più nota di un ebreo è quella del terribile Fagan dell’Oliver Twist di Charles Dickens. La sua barba lunga, il naso ad uncino – cose che Irving cerca di evitare nella sua rappresentazione di Shylock. Irving mostra una grande umanità e produce una versione di Shylock per il teatro più simpatica. È un momento di genuina trasformazione nella storia della recitazione.

Un altro momento di trasformazione arriva ovviamente con l’ascesa del Nazismo e dell’Olocausto. È molto difficile evitare la nota dolente della centralità della questione ebraica. È intrigante che, poco prima dell’arrivo delle notizie in Inghilterra della salita del Nazismo e delle persecuzione degli Ebrei, gli studiosi negli anni Venti abbiano iniziato a chiedersi se l’aspetto più importante di Shylock non fosse il suo essere ebreo ma – per usare le stesse parole di Sandys – il fatto che fosse uno straniero.
Gli Ebrei non erano gli unici commercianti, usurai, immigrati a Venezia, così come i Marrani non erano gli unici stranieri nella Londra shakespeariana. Gli ugonotti erano in esilio a causa delle guerre civili religiose; i lombardi in esilio dopo la guerra; anche loro erano mercanti, uomini d’affari, usurai. Negli anni Venti le persone iniziano a pensare che forse l’ebraicità di Shylock non è così importante dopotutto. Forse la cosa importante è l’idea del ruolo dello straniero all’interno del meccanismo degli scambi commerciali. È difficile sostenere questa posizione oggi a causa di ciò che conosciamo della storia delle persecuzioni ebraiche. Pensando al Mercante di Venezia, non dovremmo permetterci di focalizzare tutto sulla questione della razza, perché al centro di questa opera c’è prima di tutto il denaro. Dopotutto, quando viene pubblicato non fu intitolato L’Ebreo di Venenzia come fece invece Marlowe. Fu chiamato il Mercante di Venezia, ed è stato scritto da Shakespeare, il mercante di Stratford.

SHAKESPEARE: Shylock l’ebreo

La domanda che tutti si pongono circa il Mercante di Venezia è se sia un’opera antisemitica. Cosa dobbiamo pensare della rappresentazione di Shakespeare di Shylock, l’usuraio? Inevitabilmente, dalla Seconda Guerra Mondiale, dall’Olocausto, è una domanda importante, difficile, che deve essere affrontata con sensibilità – ma la storia è una di quelle complicate. Si, è vero che gli Ebrei sono stati espulsi dall’Inghilterra nel Medioevo. Tuttavia, è anche vero che quelli che venivano chiamati “Marrani” – ebrei semi convertiti – vivevano a Londra al tempo di Shakespeare.
In tutta Europa, gli Ebrei sono stati molto importanti nel processo del capitalismo attraverso i prestiti e attraverso l’usura. A causa dell’associazione tra gli Ebrei e la finanza, si può capire come mai a volte sono stati demonizzati. Era troppo facile prendere il demone dei soldi e applicarlo al supposto demone degli ebrei.

sandys libroÈ sorprendente leggere le fonti del tempo di Shakespeare e scoprire cosa le persone dicessero degli Ebrei. Esiste una copia di un libro di viaggio. È di un uomo di nome George Sandys; parte per un viaggio nel 1610 mentre Shakespeare è impegnato nello scrivere i suoi lavori. Viaggia attraverso l’Europa e il Medio Oriente fino alla Terrasanta.
C’è una sezione nel terzo libro intitolato “Sugli Ebrei” e, mentre si trova vicino alla Terrasanta e a Gerusalemme, questo è ciò che dice degli Ebrei:

“Qui ci sono degli Ebrei, non fanno parte del territorio, nella loro patria vivono come stranieri.”

È la terra degli Ebrei nella Bibbia ma, di certo, al tempo di Shakespeare, non ne sono padroni. È nelle mani dell’Impero Ottomano e c’è stata una lunga storia di crociate. La battaglia tra il mondo musulmano e il mondo cristiano ha lasciato gli Ebrei doppiamente emarginati. Sono stranieri nella loro patria.
Sandys continua:

“Un popolo sparso attraverso tutto il mondo e odiato da colora tra i quali vivono che li sopportano come un male necessario con grande pazienza. Molti di loro sono abusati, picchiati, ma non ho mai visto un Ebreo con un’espressione adirata. Possono sottomettersi ai tempi e mettere in primo piano i loro profitti. In generale, sono saggi in ogni luogo del mondo e prosperano dovunque si insediano.”

È un atteggiamento abbastanza ambiguo. Riconosce il modo in cui gli Ebrei sono maltrattati, abusati, picchiati ma dice anche che sono in grado di sopportarlo con pazienza, e nonostante tutte le loro malattie e il loro senso di alienazione, essi prosperano grazie alle loro abilità nei commerci.
C’è un’immagine stereotipata negativa degli Ebrei nel teatro al tempo di Shakespeare, in particolare in un lavoro di Christopher Marlowe – l’Ebreo di Malta – che era uno dei più rappresentati a quel tempo. Shakespeare lo cita, lo conosceva sicuramente. È un’opera che inizia con un’immagine archetipa di un ricco mercante ebreo nella sua casa di conteggio. Si chiama Barabba e viene descritto in modo negativo.
In un certo modo, il Mercante di Venezia è una risposta a l’Ebreo di Malta che invita il pubblico del teatro londinese a pensare agli Ebrei in modo più positivo, non solo a demonizzarli; suggerisce di pensare che siano il male perché hanno crocifisso Gesù e non per i soldi che guadagnano.
Nel suo famoso discorso nel mezzo dell’opera, Shylock propone che forse il modo in cui si comporta, la sua villania, il suo desiderio di vendetta deriva dal modo in cui è stato trattato dai Cristiani.
Dice ad Antonio:

“M’ha sempre maltrattato come un cane, m’ha fatto perdere mezzo milione; ha riso alle mie perdite, ha sghignazzato sopra i miei guadagni, ha offeso ed oltraggiato la mia razza, m’ha sempre ostacolato negli affari, m’ha raffreddato tutte le amicizie, e m’ha scaldato contro i miei nemici. E ciò perché?perché sono un giudeo”

Perché è stato trattato così? Perché è un Ebreo.
E poi Shylock continua:

“Non ha occhi un giudeo? Un giudeo non ha mani, organi, membra, sensi, affetti, passioni, non s’alimenta dello stesso cibo, non si ferisce con le stesse armi, non è soggetto agli stessi malanni, curato con le stesse medicine,estate e inverno non son caldi e freddi per un giudeo come per un cristiano? Se ci pungete, non facciamo sangue? Non moriamo se voi ci avvelenate? Dunque, se ci offendete e maltrattate, non dovremmo pensare a vendicarci? Se siamo uguali a voi per tutto il resto, vogliamo assomigliarvi pure in questo! Se un cristiano è oltraggiato da un ebreo, qual è la sua virtù di tolleranza? L’immediata vendetta! Onde un ebreo, nel sentirsi oltraggiato da un cristiano, come può dimostrarsi tollerante se non, sul suo esempio, vendicandosi? Io non faccio che mettere a profitto la villania che m’insegnate voi; e sarà ben difficile per me rimanere al disotto dei maestri.”

L’idea che il comportamento possa essere determinato culturalmente più che essere insito in un popolo è un’idea davvero potente. Suggerisce che il personaggio di Shylock non fosse così negativo come l’ebreo dell’opera di Marlowe.

SHAKESPEARE: il valore del denaro

“Oh mia figlia, Oh i miei ducati. È scappata con un Cristiano”.

Queste sono parole pronunciate da Shylock che ha appena perso la figlia insieme a molti soldi. Il ducato era una moneta largamente diffusa in Europa. C’erano diversi tipi di ducato: quelli olandesi, per esempio, ma i più famosi erano i ducati veneziani.
La moneta viene reintrodotta dal Doge di Venezia nel XIII secolo. Il ducato aveva molto valore. Su un lato, un ducato veneziano mostrava il Doge nell’atto di inginocchiarsi di fronte a San Marco. Sull’altro lato, c’era la figura di Gesù. Affascinante pensare a Shylock l’Ebreo con i suoi ducati recante l’effige non solo del doge ma anche di Gesù.

È chiaro che Shakespeare si aspetta che il suo pubblico sappia che cos’è un ducato. Il prestito di Shylock nei confronti di Antonio, all’inizio dell’opera, si basa sulla conoscenza del pubblico degli alti tassi di interesse e del fatto che è un prestito consistente. In termini moderni, un ducato varrebbe circa 150 euro.
Il pubblico di Shakespeare conosceva di certo molto bene le monete inglesi. C’è un momento affascinante nell’opera dove il paragone tra Venezia e Londra si trasforma nel paragone tra le moneta veneziana e quella londinese. Nella scena nota come “la scelta dei tre cofanetti”, il principe del Marocco, personaggio del Nord Africa, è il primo a fare la scelta per scoprire se l’immagine di Porzia sia in quello d’argento, d’oro o di piombo. Questo è quello che dice:

“O devo credere ch’ella si trovi racchiusa nell’argento che dell’oro è meno puro almen dieci volte?”

Immediatamente scopriamo che l’argento è dieci volte meno puro dell’oro. Il principe prosegue:

“O reo pensiero! Mai sì ricca gemma fu incastonata meno che nell’oro”.

Porzia è il premio di maggior valore, la donna più bella, viene paragonata a una gemma che dovrebbe essere solo incastonata nell’oro. Il principe continua:

“In Inghilterra ha corso una moneta con l’effigie d’un angelo nell’oro, ma scolpita soltanto in superficie; qui invece un angelo giace all’interno d’un letto d’oro… Datemi la chiave! Scelgo questo, e m’assista la fortuna!”

Chiede la chiave del cofanetto d’oro e quello che trova all’interno nomoneta angelon è l’immagine di Porzia ma una testa mozzata. L’ironia sta nel fatto che l’immagine della donna sarà nel cofanetto di minor valore, quello di piombo, che Bassanio si appresta a scegliere. Il riferimento è ad un angelo e, a questo proposito, esiste una moneta d’oro. È molto piccola ma ha impressa la figura di un angelo e intorno è visibile il nome della regina Elisabetta.

Per comprendere meglio il valore del denaro ai tempi di Shakespeare, nelle sue opere e in particolare nel Mercante di Venezia, diamo uno sguardo ai diversi tipi di monete che il poeta nomina nei suoi lavori e ciò che valevano. La moneta di maggior valore nominata è l’angelo. Valeva 10 scellini, metà di una sovrana. Ricordiamo che la divisione decimale della moneta inglese, che conta di dieci in dieci, risale agli anni Settanta del secolo scorso. Dal Medioevo fino ai tempi di Shakespeare, la moneta inglese della sterlina era divisa in 20 unità chiamate scellini; ogni scellino era diviso in 12 unità chiamate penny. 12 penny fanno uno scellino, 20 scellini fanno una sterlina, quindi 144 penny in una sterlina.
L’angelo valeva 10 scellini. La sterlina era nota come sovrana – una sovrana d’oro – sebbene Shakespeare, come abbiamo visto fin qui, non menzioni mai monete d’oro. Questo perché erano un sacco di soldi. La moneta più preziosa è l’angelo: 10 scellini. Oggi varrebbe 50 pence.
Poi c’era la corona, che valeva 5 scellini. Per molto tempo, c’è stata una moneta chiamata mezza corona, che valeva 2 scellini e 6 pence. Poi c’era lo scellino che valeva 12 pence; poi il sixpence; il groat che valeva 4 pence; il penny, il mezzo penny e per finire una piccola monete con scarso valore chiamata farthing.
Quanto valevano queste monete? Il modo migliore per rispondere è capire quanto guadagnavano le persone e quanto costavano le cose. Un servo poteva guadagnare un sixpence al giorno; un lavoratore circa 9 pence al giorno; un attore 12 pence o uno scellino al giorno; un gestore di negozio poteva guadagnare circa 7 scellini al giorno, in base al fatto se fosse stato un giorno più o meno buono.
guantiIl padre di Shakespeare, il guantaio, sarebbe stato felice di questi guadagni. I guanti erano oggetti abbastanza costosi. Erano uno status symbol. C’era una netta differenza tra ricchi e poveri, tra l’economia di sussistenza e l’economia dei beni di lusso. Poter comprare un paio di guanti era uno status symbol.
I libri potevano essere, invece, abbastanza economici. Si poteva comprare un piccolo libro, per esempio l’edizione di un singolo lavoro di Shakespeare, per uno scellino, ma un libro costoso come le Cronache di Holinshed o il folio di Shakespeare con tutte le opere poteva costare una sterlina o più, più di una sovrana. Solo quelli davvero ricchi potevano permetterselo. Per 6 pence si poteva mangiare in una taverna, comprare una pagnotta, o andare a teatro con un penny solo o due se si desiderava un posto a sedere. Una birra per mezzo penny.

SHAKESPEARE: Venezia e Londra

Solo perché il Mercante di Venezia è ambientato a Venezia , non vuol dire che non ci dica nulla dell’Inghilterra di Shakespeare – la Londra di Shakespeare – dove viene messo in scena per la prima volta, probabilmente tra il 1597 e il 1598.
Ci sono un paio di splendidi personaggi che paiono una sorta di commentatori sulla scena. Sono Solanio e Salerio – gli attori spesso li chiamano “Salads”. Le loro battute sono più o meno interscambiabili, sono solo una specie di coro, fanno da sfondo all’azione.

All’inizio del terzo atto, entrano in scena e Solanio dice:

“Allora, che notizie da Rialto?

Ogni viaggiatore inglese che sia stato a Venezia, sa cosa sia Rialto. È il famoso ponte con le case e le botteghe che passa sopra il Canal Grande e, proprio nelle sue vicinanze, c’è una grande luogo di scambio.
canal grande incisioneC’è un’incisione risalente ai tempi di Shakespeare che mostra il Canal Grande. Si possono vedere i gondolieri, i gradini che portano alla piazza, le persone impegnate nei loro commerci, e una chiara veduta, appena girato l’angolo, del Ponte di Rialto.
Nell’opera, “Rialto” non si riferisce solo al ponte, ma a tutto il distretto di Rialto – luogo di affari e di scambi.
Venezia, dobbiamo ricordare, era di enorme interesse per gli elisabettiani – era luogo dove diverse culture riuscivano a convivere insieme. Era piena di commercianti, immigrati, proprio come lo era la Londra di Shakespeare. Penso ci sia un fondo di verità se, pensando a Venezia e ai sui traffici commerciali, Shakespeare abbia anche immaginato il Royal Exchange di Londra, il cuore degli affari della città.
Nel 1568, quando Shakespeare aveva solo 4 anni, Thomas Gresham, un ricco mercante di Londra, crea un luogo per gli scambi commerciali in città. L’edificio originale brucia nel grande incendio di Londra ma viene sostituito da un edificio simile nello stesso posto durante la Grande Ricostruzione di Londra da Christopher Wren.

C’è un’incisione del 1700 – un piano di elevazione e la storia del Royal Exchange di Londra. royal exchange incisioneQuello che affascina non è solo l’architettura, che è quella tipica del periodo, ma la struttura dell’Exchange. È quadrato. Proprio al centro, c’è un banco che reca la scritta “agente marittimo” e poi intorno ai lati, ci sono zone diverse per le diverse nazionalità e i diversi commerci. Quindi ci sono gli Olandesi, i Francesi, gli Italiani, i Portoghesi, Amburgo – grande città commerciale tedesca. Poi, ci sono aree per i commercianti di abiti, sete e così via.
Quello che dovete immaginare è ciascuna di queste diverse nazionalità, gruppi di mercanti, che si riuniscono insieme all’Exchange per comprare, vendere, trattare, scambiare e al centro di tutto questo l’agente marittimo. Le navi sono la chiave del commercio globale del tempo.

Quando Solanio chiede di Rialto, le notizie che tutti vogliono sentire sono le notizie dal mare giunte con le navi mercantili. In questo momento, nel terzo atto, ascoltiamo cattive notizie per Antonio, il mercante veneziano.

Replica Salerio:

“Mah, c’è una voce, ancora non smentita, che una nave d’Antonio ben stivata di ricca mercanzia abbia fatto naufragio nello Stretto, nel punto detto, credo, Sabbie Goodwins: un bassofondo insidioso, fatale, sul quale pare giacciano sepolte le carcasse di molte grosse navi”.

Le Sabbie Goodwind si trovano proprio al largo del Kent. È un’area abbastanza famosa. Era difficile passare con le navi a causa dei banchi di sabbia appena sotto la superficie dell’acqua. Le navi spesso si incagliavano. Questa è la prima perdita per Antonio di cui abbiamo notizia. Con lo svolgersi della vicenda, altre notizia giungeranno e saranno sempre cattive notizie riguardo le barche. Ci sono brutte notizie anche circa la possibilità di Antonio di restituire il prestito ricevuto da Shylock e questo potrebbe avere pessime conseguenze. Il riferimento alle Sabbie Goodwin porta l’attenzione molto vicina a Londra. Tutte le persone coinvolte nei commerci nella Londra di Shakespeare sarebbero state in grado di riconoscere i pericoli di quel luogo così tristemente famoso.

SHAKESPEARE: l’arte di fare soldi

Gli affari, si sa,  sono complicati. Una volta che inizi a fare i  soldi, hai bisogno di pensare a come usarli, e uno dei princìpi chiave degli affari è l’investimento.
Shakespeare, già dalla fine del 1500, guadagna abbastanza soldi con i suoi lavori teatrali da potersi comprare una seconda casa, più grande, a Stratford-upon-Avon. Necessita delle riparazioni, così riesce a comprarla ad un prezzo inferiore. È una buona mossa come inizio.
Vive in economia anche a Londra. Sappiamo che, mentre gli altri attori acquistano proprietà a Londra, egli le affitta soltanto, e spesso in zone non particolarmente salubri. Ha un modo di muoversi tra le diverse proprietà abbastanza furbo che gli permette di evitare il maggior numero di tasse. Ci sono le registrazioni dell’ispettore fiscale che cerca di recuperare i soldi di pagamenti in ritardo delle tasse.

contrattoEsiste, a questo proposito, un documento molto interessante: un contratto legale. Descrive una transazione che è tipica del complicato processo di scambio e investimenti del tempo di Shakespeare. Serve, a questo punto, un breve cenno storico. Prima della riforma religiosa, quando la chiesa cattolica romana era così potente, 1/10 dellla produzione agricola veniva versato alla chiesa. Questa veniva chiamata “decima”. Era basata su un’antica idea biblica. Ora, con la dissoluzione dei monasteri e la nascita della Chiesa di Inghilterra, alcune di queste decime passano dalla chiesa e dai collegi clericali alle corporazioni locali. Quindi la corporazione di Stratford – il concilio cittadino – riceve alcune delle decime dagli agricoltori locali, ma non sono loro a raccoglierle direttamente. Il processo è complicato, spesso viene affidato a terzi.

Questo documento spiega come, nel 1605, Shakespeare paga la grossa somma di 440 sterline per ottenere il diritto di raccogliere alcune decime dai campi intorno alla vecchia Stratford, Bishopton e Welcombe Hills. Infatti, negli ultimi anni di vita del drammaturgo, accade una grande disputa sul territorio delle Welcombe Hills, nella quale rimane coinvolto lo stesso Shakespeare. Egli paga molto qui, ma sa che si tratta comunque di un affare redditizio. Deve pagare 17 sterline alla corporazione di Stratford ogni anno per avere il diritto di raccogliere le decime dalle quali ricava però 40 sterline. Quindi è senza dubbio un ottimo affare. È un segno della sua raffinatezza affaristica – il principio della diversificazione. Investe nei terreni, nei beni agricoli di prima necessità. Si crea un vero e proprio patrimonio. Questo è Shakespeare, l’uomo d’affari.
Quindi, come si manifesta questo interesse per il denaro, il profitto, la diversificazione, ne Il Mercante di Venezia?
All’inizio dell’opera, incontriamo il personaggio del mercante, Antonio, ed lo vediamo triste. Uno dei suoi amici gli domanda perché è triste. Forse per colpa dei suoi beni, è preoccupato per il suo denaro, per i suoi profitti?
Risponde di no:

“No, no, credetemi: riguardo a questo, posso ben ringraziare la mia sorte: le mie merci non son tutte stivate nel ventre d’una sola ragusina, né tutte destinate ad un sol luogo, né dipende l’intera mia sostanza dalla buona fortuna di quest’anno. Non è pertanto la mia mercanzia a procurarmi questo triste umore”.

Si riferisce al fatto che le sue merci non viaggiano su una sola nave. Se anche dovesse perdere una nave, non sarebbe un grande guaio perché ha saputo diversificare i suoi commerci. Antonio però riconosce che la fortuna cambia, è mutevole. Esattamente nello stesso modo, Shakespeare diversifica i suoi affari, concentrandosi su aspetti e proprietà diversi.
Bisogna fare attenzione: da un lato le opere di Shakespeare, e in particolare Il Mercante di Venezia, si concentrano sugli aspetti materiali, sui soldi, su come vivono le persone, come guadagnano; dall’altro sono interessate anche alla psicologia umana.
Così, quando Antonio spiega perché è triste, dice anche che non lo è per i suoi affari ma per il suo stato mentale.
Un po’ più avanti, rispondendo all’amico Graziano, Antonio dice:

“Graziano, il mondo io lo tengo in conto solo per quel che è: un palcoscenico sul quale ognuno recita la parte che gli è assegnata”.

È un verso davvero affascinante.
Spesso, quando Shakespeare parla del mondo come di un palcoscenico, degli uomini come degli attori, ci porta al cuore di ciò che gli interessa. Tutti recitano una parte. É proprio ciò che Antonio sta dicendo. La sua parte è quella dell’uomo malinconico, l’uomo triste. Anche se è ricco e guadagna molto, rimane comunque un uomo povero dentro. Quindi si deve fare molta attenzione nell’analisi dei personaggi shakespeariani.
Alcuni lettori, spettatori, critici, direttori di teatro, attori ribatterebbero che Antonio è triste a causa delle sue tendenze omosessuali che non possono realizzarsi nel mondo eterosessuale di Venezia, e di conseguenza nell’Inghilterra di Shakespeare. Antonio deve fingere di essere un uomo forte e non può esprimere il proprio amore per un altro uomo.
Ma questo è un eccesso di psicoanalisi, secondo me. Il testo va preso per ciò che è. Antonio è triste perché è triste. Egli è fatto in questo modo. Non ha senso approfondire l’aspetto psicologico o dedurre qualcosa legato più ai nostri tempi moderni che ai suoi. Non dobbiamo diventare Freud. Quello che davvero dobbiamo fare è fare attenzione all’opera e leggere attentamente il testo.

Allo stesso modo si deve procedere pensando al personaggio di Porzia, la ricca donna che Bassanio corteggia. Sappiamo che Porzia è rimasta con una fortuna considerevole. Il concetto di ricchezza ereditata è davvero importante nell’Inghilterra di Shakespeare. Perché le persone vogliono costruirsi una fortuna? Per lasciarla agli eredi.
Nel caso specifico, Porzia è un’ereditiera. Non c’è segno della presenza di un fratello erede della proprietà e questo significa che il padre ha pensato molto attentamente alle condizioni per il matrimonio della figlia, e l’intero affare della scelta dei tre cofanetti ne rende bene l’idea. Quello che fa il padre di Portia è tenere alla larga i cercatori di dote.

Bassanio dice:

“C’è una dama, a Belmonte, ereditiera di grandi ricchezze, e bella, e quel che d’essa è ancor più bello,meravigliosamente piena di virtù”.

È interessante notare che il linguaggio usato per descrivere la donna crea molti paragoni con i tempi classici, con il mondo antico. Nei post precedenti si era già parlato dell’influenza dei classici sulla formazione del poeta. Qui Porzia è paragonata alla Porzia di Bruto, la figlia di Catone. Lei è la virtuosa moglie di Bruto, personaggio del Giulio Cesare, opera che Shakespeare scrive solo un anno dopo il Mercante di Venezia.
Poi Bassanio la descrive come il Vello d’Oro della storia di Giasone e degli Argonauti.

Quando alla fine la conquista, dice:

“Abbiamo conquistato il Vello”.

Si paragona a Giasone ma c’è dell’ironia in questo perché è come se Giasone fosse un cercatore di dote e non solo una figura mitica.
Bassanio è l’amante, il giovane eroe dell’opera, ma è davvero degno di Porzia?
Il Mercante di Venezia è davvero un’opera affascinante. Sembra esserci davvero molto di Shakespeare in questi personaggi. C’è forse qualcosa del poeta nella melancolia di Antonio? Ritroviamo forse l’uomo d’affari in Shylock?